Gli affitti d’oro della Camera. Un pasticcio da cui emergono tutti i difetti del sistema politico italiano

angelo
Tutti conosciamo, almeno a grandi linee, la storia degli “affitti d’oro” della Camera: 32.5 milioni di euro pagati ogni anno dalla Camera per l’affitto (all inclusive) di tre palazzi nel centro di Roma. Affitto (o meglio locazione) della durata di 9+9 anni: 650 milioni in tutto.
Dopo numerosi tentativi di “spending review” a gennaio una norma della camera proposta dai grillini consente di recedere dai contratti con un preavviso di 30 giorni.
Ovviamente tutto si è arenato tra difficoltà e ostacoli vari: una piccola ma significativa storia di malgoverno e opacità burocratica che illustra quanto ci sia da fare per rendere l’Italia un Paese un po’ più efficiente e democratico.
Cominciando dall’inizio facendoci alcune domande:

  • il contratto fu stipulato nel 1999 dal costruttore Scarpellini senza nessuna gara: lui stesso ammette che, sapendo che la Camera cercava uffici aveva fatto una proposta, ovviamente accettata, di un contratto all inclusive (cioè comprendente anche tutti i servizi e il personale necessario) con una clausola capestro (praticamente mai utilizzata nei contratti pubblici): l’impossibilità di recedere dal contratto salvo fortissime penali: se non esiste un a responsabilità giuridica, ne esiste sicuramente una politica per un simile comportamento: chi ha deciso o autorizzato questo contratto capestro?
  • Il costruttore afferma che il sovra costo (il Demanio ha stimato il costo degli affitti circa la metà) è dovuto ai servizi offerti. Pranzi a prezzo politico (13 euro un menù completo di pesce fresco) e rifacimenti dell’arredamento (quando un onorevole subentra può chiedere il cambio degli arredi): ma perché lo Stato (cioè i cittadini) deve garantire questi privilegi?
  • Il costruttore ha affermato anche che i dipendenti assunti sono 500 anziché i 300 necessari perché l’assenteismo raggiunge spesso il 40%: ma quale imprenditore accetta per quasi vent’anni un livello di assenteismo tale da parte dei suoi dipendenti? È più che evidente che si tratta di una gestione che esula da qualsiasi regola di buona gestione: gli utili vengono da tutt’altra parte
  • Si è fatta una modifica al regolamento della Camera per poter rescindere i contratti con un preavviso di 30 giorni: ma in questo caso è sicura la richiesta di danni del costruttore. Si finirebbe per spendere di più rispetto all’aspettare la fine naturale del contratto. Ma chi ha proposto questa modifica era così sprovveduto oppure voleva solo fare propaganda elettorale?
  • Questi immobili servono per offrire uno studio ad ogni deputato (e ai suoi portaborse) al costo di circa 7000 al mese per ogni deputato: è proprio necessario per la Camera affittare studi nei palazzi del centro quando esistono decine di immobili pubblici vuoti o sottoutilizzati?Non potrebbero i nostri parlamentari (che certo non brillano per presenza in aula) accontentarsi di un ufficio in qualche altro edificio demaniale, anche se non proprio così vicino alla Camera?
  • Il costruttore ricorre al solito ricatto dell’occupazione: se si disdicono i contratti 300 persone perderanno il posto. Ma quanti posti “veri” (cioè non di chi ha un assenteismo del 40%) si potrebbero creare con 15 milioni di euro l’anno?

Potremmo continuare nelle domande ma ci sembra chiara una cosa: finché mancherà quella trasparenza nell’attività degli organi dello Stato che si può ottenere solo con la democrazia diretta, la semplificazione delle regole, una certa qual concorrenza nei servizi (come da sempre chiedono i Comitati) si continuerà risparmiare tagliando i servizi per il cittadino e non queste spese parassitarie

Angelo Gazzaniga

Sull'Autore

Angelo Gazzaniga

Presidente del Comitato Esecutivo di Libertates. Imprenditore nel campo della stampa e dell’editoria. Da sempre liberale, in lotta per la libertà e contro ogni totalitarismo e integralismo.

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