E se scegliessimo la parte sbagliata della storia?


Sapere qual’è “il corso della Storia” è tipico di tutti I totalitarismi

Un grande giornalista italiano di area liberaldemocratica – ma in gioventù dirigente della Federazione Giovanile Comunista – prendendosela con i philosophes parigini, che in odio a Emmanuel Macron hanno deciso di non recarsi alle urne – non potendo, certo, dare il voto a una nazionalista come Marine Le Pen – ha scritto “che rischiano di stare dalla parte sbagliata della storia”. Che la mostrificazione di Macron sia un errore, ne sono convinto anch’io: se fossi francese, come Alain Finkielkraut, lo voterei ‘par defaut’ ma il punto non è questo. E’ l’invito a non porsi contro la storia che ha suscitato in me un invincibile senso di inquietudine. “Sapere dove va il mondo” o “dove va la Storia” (con la esse maiuscola) è sempre stata, infatti, la caratteristica fondamentale della mens totalitaria, di destra e di sinistra. Per i nemici della ‘società aperta’, gli individui, con i loro desideri, le loro paure, le loro speranze, le loro istanze morali, i loro bisogni ‘umani troppo umani’, vanno incontro alla nullificazione ontologica se si mettono a nuotare controcorrente. Solo se alzano le vele seguendo la direzione del vento giungeranno in un porto sicuro. Riappare in questo stile di pensiero l’ombra del vecchio Platone e dei suoi governanti-filosofi, solo che oggi non è il Logos, luce dell’Aletheia (la Verità), a dare significato al mondo ma una divinità non meno esigente – la Storia appunto – che fa e disfà la tela dei rapporti umani e che non obbedisce ad altra logica se non a quella dell’ineluttabilità. Indietro non si torna! è la dura lex dell’erede della Dea Ragione (ultima incarnazione, laica e secolarizzata, del modello platonico) per cui se il nuovo non piace – almeno in tutti i suoi aspetti –, si consiglia di farsene al più presto una ragione. Arrangiatevi! era il titolo del film di Mauro Bolognini del 1959 interpretato da un grande Totò. E se uno fosse nato con la vocazione del bastian contrario? Se le ‘benedizioni della modernità’ non gli andassero a genio, se, ad esempio, nella globalizzazione non vedesse un ‘destino’ ma un treno alla cui corsa irrazionale si potrebbe porre fine facendo mancare i viaggiatori; se, in omaggio “ar libbero pensiero”, ai Macron, che gli prospettano ‘le magnifiche sorti e progressive’ riservate ad un’Europa unita dalle banche e dall’euro – e sia pure riformata e diversa da quella di Bruxelles -, rispondesse, come il Giordano Bruno della poesia di Trilussa, “nun è vero un corno”:come dovremmo considerarlo? Come un patetico passatista? Come un don Chisciotte fuori stagione di cui non vale la pena occuparsi – almeno finché a pensarla come lui è meno del 20% della popolazione di uno Stato?
A evitare spiacevoli fraintendimenti, sono convinto anch’io che l’antipolitica, che oggi sembra tradursi in neonazionalismo, ci riservi un avvenire forse ben peggiore del presente. Ciò che trovo intollerabile, invece, è il neo-sansimonismo, la rimozione – de facto anche se raramente de jure – di quel principio su cui si fonda la ‘democrazia dei moderni’ e che, per adoperare un’espressione religiosa e pomposa, si può definire la sacralità dell’individuo. “Prendere sul serio” tale principio significa fare della libertà – del libero arbitrio – il valore etico-politico più alto ed assoluto. Un rilievo, questo, che potrebbe sembrare ovvio (e insopportabilmente retorico) ma che non lo è se si considera il fatto che, per quasi tutte le ideologie egemoni in Italia (da quella cattolica a quella marxista o post-marxista, a quella tecnocratica che sembra occupare lo spazio delle prime due ormai al tramonto) la libertà, a ben guardare, non è un bene finale ma un bene strumentale: è preziosa solo se fa raggiungere le mete indicate dalle varie ideologie mentre diventa un lusso pericoloso se tenta di rimettere indietro le lancette dell’orologio della storia.
La libertà presa sul serio, per come la intendo io, è, invece, la libertà che impone di prestare attento ascolto all’acquirente se dichiara che le scarpe gli vanno strette, consentendogli di rivolgersi ad un altro negozio; è la libertà che al rammarico per una scelta elettorale sbagliata accompagna la ricerca delle responsabilità e si chiede se non siano state classi politiche inadeguate–e leader se non sempre corrotti quasi sempre incompetenti–alle origini dell’errore delle disprezzate masse; è la libertà che fa amare le ‘regole’ più dei risultati e che riserva gli applausi alla squadra che ha vinto la partita con un gioco corretto e ineccepibile anche se non è la nostra e i fischi alla squadra che ha giocato male e senza rispetto del codice sportivo e del fair play, anche se è la nostra; è la libertà che, profondamente consapevole che viviamo nel mondo dell’incertezza dove è impossibile stabilire quali siano le parti non sbagliate della storia, ritiene che nessuno abbia in tasca la verità e, che in linea di principio, anche gli “odiati avversari” potrebbero avere ragione. E’ un’ipotesi, questa, che non induce affatto ad abbassare la guardia e a far valere meno le proprie ragioni, ma che predispone alla serena accettazione dell’imprevisto e a fare i conti con situazioni spiacevoli alle quali non si è contribuito.
Chi ama davvero la libertà sa che come per la vita, finché c’è libertà c’è speranza. I programmi politici più discutibili potrebbero trovare il consenso della maggioranza degli elettori ma finché i diritti civili e politici non vengono lesi, nulla è perduto. Solo davanti al pericolo di nuovi totalitarismi (fascisti e comunisti) è lecito lanciare l’allarme “Annibale è alle porte”: se il pericolo non c’è – o consiste solo in decisioni politiche e in leggi non di nostro gusto e suscettibili di cambiamento quando la ruota della fortuna girerà nel verso nostro – la drammatizzazione dello scontro politico, l’invocazione sul campo di battaglia della Dea della Storia a sostegno di uno dei due eserciti in competizione significa barare al gioco della democrazia.
Un’ultima considerazione: non educhiamo le nuove generazioni a stare dalla ‘parte giusta’ della storia, giacché il peperoncino alla tavola imbandita della società civile lo danno spesso, con tutte le loro contraddizioni, quanti scelgono proprio ‘la parte sbagliata’: i Longanesi, i Guareschi, i Panfilo Gentile, i Giuseppe Maranini, i Montanelli. Sarebbe paradossale se liberatici dalla tirannia della Ragione ricadessimo in quella della Storia.
(dal Forum di Paradoxa)

di Dino Cofrancesco

Sull'Autore

Dino Cofrencesco

Dino Cofrancesco è uno dei più importanti intellettuali italiani nel campo della storia delle dottrine politiche e della filosofia. E' autore di innumerevoli saggi e tra i fondatori dei Comitati per le Libertà. Allergico all'ideologia dell'impegno, agli "intellettuali militanti", ai profeti e ai salvatori del mondo, ai mistici dell'antifascismo e dell'anticomunismo, ha sempre visto nel "lavoro intellettuale" una professione come un'altra, da esercitarsi con umiltà e, nella misura del possibile, "senza prendere partito". Per questo continua, oggi più che mai, a ritenere Raymond Aron, Isaiah Berlin e Max Weber gli autori più formativi del '900; per questo, al tempo dell'Intervista sul fascismo di Renzo De Felice, si schierò, senza esitazione, dalla parte della storiografia revisionista, senza timore di venir accusato di filofascismo.

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