E’ l’antiberlusconismo teologico la cortina fumogena che ci impedisce di vedere la realtà

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“Berlusconi, Travaglio e Santoro: uno spettacolo da ‘vecchi pugili suonati’. Ma Dino Cofrancesco affronta le tematiche liberali sottese a certe apparizioni di Berlusconi”.

 

Ho apprezzato non poco il coraggio con il quale l’amico e (stimatissimo) collega Michele Marsonet, nell’articolo La democrazia non è un bene assoluto , pubblicato su ‘Legno storto’ il 15 gennaio u.s., ha . Il ‘politicamente scorretto’è l’anima della società aperta, che non conosce né istituzionalizza alcun dogma, neppure quello relativo alla superiorità morale e culturale della ‘democrazia dei moderni’. Tra l’altro, nel primo paragrafo del suo scritto, Marsonet fa giustizia di alcuni luoghi comuni, come l’esportazione della democrazia, che un superficiale pensiero libertario continua a coltivare con toni sempre più stucchevolmente buonisti. Il pensiero liberale classico era ‘realista’ al limite del ‘cattivismo’: guardava alla ‘realtà effettuale’e agiva ispirandosi all’etica della responsabilità che si interroga sulle conseguenze dell’agire non sulle buone disposizioni del cuore. Iracheni, siriani, egiziani, tunisini, libici si troveranno meglio o peggio senza i loro dittatori ‘laici’? Solo la storia potrà dare una risposta veritiera ma è da incoscienti ritenere che l’abbattimento dei tiranni porti naturaliter alla ‘liberazione dei popoli’. Se quest’ultima non significa solo la ’libertà politica ma, altresì, la libertà civile che, nel quotidiano, è più importante dell’altra giacché fissa limiti ai poteri pubblici—ancorandoli ai diritti soggettivi– e non si limita a rimettere nelle mani del ‘demos’—e di chi lo rappresenta—un’autorità illimitata, non saranno le elezioni aperte a tutti i partiti (dai fondamentalisti ai filooccidentali) ad attestare l’affidabilità dei nuovi regimi, nati dall’insurrezione dei popoli oppressi. Forse dovremmo riscoprire, in polemica con il liberalismo ‘individualista’, le virtù dello ‘stato moderno’ e renderci conto del nesso tra la ‘costruzione dello Stato’ e la costituzione del soggetto emancipato dai vincoli della tradizione e reso libero di muoversi nelle più diverse direzioni—ivi compreso il mercato. In fondo, Thomas Hobbes era inglese e, come vide acutamente Friedrich Meinecke, apparteneva alla stessa razza di John Locke. Mi rendo conto, però, di aver aperto una parentesi che ci porterebbe troppo lontano e, pertanto, ritorno allo scritto di Marsonet, per buona parte dedicato alla performance d Silvio Berlusconi a ‘Servizio pubblico’. Dico subito che le sensazioni suscitate dal Cavaliere in Marsonet sono state in parte anche le mie—a cominciare dall’«aspetto fisico sempre più posticcio» per finire all’evanescenza della realtà« sostituita da un’apparenza intessuta di sogni, illusioni, e soprattutto, bugie grandi come elefanti». Confesso, però, che mi ha divertito molto il gesto di Berlusconi che, col fazzoletto, puliva la sedia su cui il lividissimo Marco Travaglio aveva posato il suo posteriore: mi ha ricordato la scena esilarante di ‘Totò a colori’ quando, nel wagon lit, il Maestro Antonio Scannagatti—il Cigno di Caianello—si pulisce la mano che aveva stretto quella dell’On.le Trombetta. Ammetto, per rassicurare i benpensanti della sinistra, che quel gesto era plebeo, provocatorio, e privo di riguardi ma, per il mio coté qualunquistico-partenopeo, ha riscattato la noia di un duello televisivo acceso ma scontato, tra vecchi pugili suonati, come li ha definiti Simone Regazzoni in un bell’articolo pubblicato dal genovese ‘Secolo XIX’.
E tuttavia, mettendo da parte l’etica e l’estetica, il buon gusto e le promesse strampalate e consunte(abolizione dell’IMU, fuoruscita dall’Europa attuale, ritorno alla prosperità premontiana), c’è qualcosa che a Marsonet sembra essere sfuggito ed è il discorso sulle riforme istituzionali.
In Italia, il vero ostacolo ad ogni rinascita politica (e civile), piaccia o non piaccia, sta nella debolezza dell’esecutivo. La Costituzione più bella del mondo reca in seno un tumore maligno che vanifica ogni (liberale)divisione dei poteri. Quando un Presidente del Consiglio non può neppure far dimettere un ministro che non segua la linea del governo, quando nessun disegno di legge viene definitivamente approvato senza essere stravolto (dall’assurdo bicameralismo, dal potere delle Commissioni, dal vaglio del Quirinale, dalle forche caudine della Corte Costituzionale), quando ogni riforma finisce per sprofondare nelle sabbie mobili dei veti incrociati—la sinistra, non dimentichiamolo, ha persino teorizzato, oltreché la rilevanza costituzionale dei sindacati, quella della…piazza (!!!!)—nessun leader politico può trasformarsi in uno statista. Ebbene il Cavaliere queste cose le ha dette da Santoro ma è stato subissato da un coro di proteste da parte degli esponenti di una ‘political culture’ che non ha mai voluto fare i conti con Giuseppe Maranini e che giunse a criminalizzare uno degli esponenti più limpidi dell’antifascismo, Randolfo Pacciardi, che aveva visto nella ‘partitocrazia’il germe corruttore dell’Italia postfascista.
A ‘Servizio pubblico’ Berlusconi, al solito in modo maldestro e nel suo stile populistico, ha detto che i membri della Consulta sono…«comunisti». E’ giusto indignarsi per accuse tanto volgari a patto, però, di non ignorare che il problema c’è, nel senso che le norme che regolano la nomina dei giudici della Consulta, all’interno di una civic culture autenticamente liberale e democratica, dovrebbero essere riviste, giacché finora non hanno affatto garantito sentenze coerenti, imparziali e super partes. Se una parte consistente dell’opinione pubblica italiana lamenta la politicizzazione del supremo organo giudiziario, se ne vuole tenere conto o bisogna riguardare i diffidenti come una ‘massa damnationis’, una folla eterodiretta e ingannata dai soliti persuasori occulti?
Insomma, non sono un berlusconiano—ciò che mi ha attirato critiche e antipatie da parte dei collaboratori di Forum—ma resto convinto che l’antiberlusconismo teologico sia il cancro che divora la sinistra italiana e che, a distinguere, al suo interno, le persone serie dagli eterni trinariciuti, sia il tenore delle critiche rivolte al Cavaliere. Non a caso Walter Veltroni, quando si ritirò dalla crociata per liberare l’Italia dal caimano, stette quasi per vincere le elezioni (a fargliele perdere fu l’improvvida decisione di nella sua non gioiosa ma riformistica ‘macchina da guerra’, il peggio del peggio del populismo sinistroide, Antonio Di Pietro).
Nell’ultima parte del suo intervento, Marsonet , dopo un cenno rapido alla figura del ‘capo carismatico’ e il parallelo tra Berlusconi e Juan Domingo Peron (alquanto azzardato se si pensa agli studi dell’indimenticabile Gino Germani sul populismo argentino e alla stessa riabilitazione peronista del ‘Che’ Guevara…) ritorna sul tema dal quale era partito: la fragilità della sostanziale della democrazia contemporanea—non solo in Italia– che spesso diventa il ‘governo dei peggiori’. Capisco bene le amarezze e le disillusioni di chi guarda, senza orpelli ideologici, la qualità delle nostre classi dirigenti, a destra, al centro, a sinistra. Non riesco, a condividere, invece, l’invito a ridare nuova «valenza positiva al concetto di utopia» né, tanto meno, il relativo consiglio—in polemica garbata con un mio saggetto Dimenticare Platone—a ricordare e a ripensare il filosofo della ‘Repubblica’ e delle ‘Leggi’, che Karl Popper classificava (a torto) tra i nemici della ‘società aperta’.« So bene che il tentativo platonico di tratteggiare la società ideale governata dai migliori e dai competenti pone problemi pressoché irrisolvibili» riconosce onestamente Marsonet. «Chi è in grado di individuare con sicurezza i migliori e i competenti e, soprattutto, con quali strumenti si può controllare il loro operato? Tuttavia penso che gli intellettuali, invece di appiattirsi su un eterno presente, dovrebbero costantemente formulare proposte utopiche, pur consci che non sono realizzabili qui e ora».
Irrimediabilmente guastato dal ‘realismo politico’, ritengo, però,che «individuare i migliori e i competenti» è ancora poco rispetto a una difficoltà ben più insormontabile che è quella di :« definire i migliori e i competenti». Ci accontenteremo dell’osservanza del 7° comandamento, Non rubare? O degli altri contenuti nel Decalogo mosaico e relativi agli stili morali degli individui? In realtà, a parte il fatto che si può condurre una vita privata reprensibile e una vita pubblica circonfusa di gloria—la storia abbonda di esempi di gaglioffi etici che hanno recato gran giovamento allo Stato e non vi mancano, e contrario, ‘brave persone’ che non hanno portato rimedio a nessuno dei mali che affliggevano i loro paesi quando hanno assunto le più alte cariche governative—a parte, dicevo, la non coincidenza di virtù e competenza (in senso lato), va detto che anche se si riuscisse a individuare persone abili, disinteressate, e professionalmente affidabili (e lo stesso Marsonet ne dubita) si resterebbe al di fuori del nocciolo duro della politica. Quest’ultima non divide gli umani in migliori e peggiori (leggi onesti e ladri) o in competenti e incompetenti (Leggi: istruiti e analfabeti) ma tra quanti perseguono un certo disegno—ad es., tenere la mano pubblica lontana dal mercato in modo che la concorrenza sia aperta e leale—e quanti ne perseguono uno di segno diverso se non contrario—ad es. assicurare i ‘diritti sociali’ a costo di limitare la libertà delle imprese. Un liberal-liberista e un socialdemocratico dirigista potrebbero essere le migliori persone di questo mondo ma l’apprezzamento del loro operato—da parte dei rispettivi seguaci ed elettori—dipende sempre dalla misura in cui hanno fatto valere progetti politici e linee di azione (più o meno) profondamente divisive. Nelle vecchie democrazie liberali dell’Occidente rifulgono avversari come Gladstone e Disraeli—uomini di elevata statura morale e intellettuale–che avevano in mente strategie diverse ma sempre al servizio di S. M. Britannica e dei suoi popoli.
In realtà, al fondo del ‘platonismo’ non c’è tanto l’idea di consegnare il governo degli uomini ai filosofi (secoli più tardi, Auguste Comte sostituì ai filosofi gli scienziati) ma l’idea ( essa sì potenzialmente totalitaria) che anche in politica, come in etica ci sia una Verità e che solo i sapienti riescano a comprenderla e a tradurla in istituzioni politiche e sociali.
E’ forse superfluo ricordare che l’entrata nell’era moderna coincide con la consapevolezza che, nei rapporti umani, si affrontano non verità in conflitto ma valori in conflitto. Il socialismo non è più (o meno) del liberalismo ma è un modello di organizzazione della vita politica ed economica che alcuni giudicano più di altri modelli—almeno finché non si siano sperimentate le ‘dure repliche’ della storia. Del pari, il liberalismo non è superiore al suo eterno antagonista ma può ispirare politiche che assicurano beni che la maggioranza dell’opinione pubblica apprezza più di altri, almeno finché gli inconvenienti (reali o presunti) del ‘sistema’ non superino i suoi vantaggi.
Last but not least: Marsonet,che ha tutte le ragioni per lamentarsi del cattivo funzionamento della democrazia nelle nostre contrade, non sembra attribuire gran peso alla <comunità politica> (intesa in un senso che coincide solo in parte con quello dei communitarians nordamericani). Gli sfugge, in tal modo, che il contenitore se non naturale storico delle ‘forme di governo’—la comunità politica, appunto—esercita una sorta di retroazione su quelle forme: la dittatura in Spagna non è la stessa cosa che in Italia o in Ungheria ma questo vale anche per la democrazia e le forme di Stato (monarchia, repubblica etc.). La ‘comunità politica’è il prodotto secolare di culture, di religioni, di assetti proprietari, di risorse materiali, di costumi, di codici etici, di gerarchie di valori che le grandi trasformazioni istituzionali (indotte da rivoluzioni o altri radicali cambiamenti) possono col tempo riciclare come risorse a sostegno del nuovo ma che non possono cancellare con un tratto di penna.
In Italia è la ‘comunità politica ad aver rovinato i partiti e questi ne hanno quasi sempre rispecchiato i molti vizi e le poche virtù. Non lamentiamoci, pertanto, amico Marsonet, della democrazia: lamentiamoci, piuttosto, della nostra cosiddetta ‘società civile’. Se i nostri colleghi di un qualsiasi dipartimento universitario, grazie all’Onnipotente pietoso della condizione umana, si trasformassero in membri del governo nazionale, forse l’Italia si troverebbe in condizioni migliori? No, non vedo rimedi per uscire dal tunnel che non siano quelli messi a disposizione delle nostre sgangherate (ma insostituibili) democrazie. Togliendo qua un mattone e aggiungendolo in un posto dove occorre, realizzando una effettiva divisione dei poteri, liquidando le più vistose anomale della nostra divina Costituzione—a cominciare dal bicameralismo costoso e non funzionale—potremo, forse, diventare un ‘paese normale’.Lasciamo stare, però, gli ‘intellettuali’e lasciamoli indisturbati ad «appiattirsi su un eterno presente». Nella storia passata e recente « hanno già dato»: grazie, in gran parte a loro, l’Italia venne gettata nel baratro della ‘grande guerra’—l’«inutile strage», nelle parole di un papa pensoso; se fosse dipeso da loro il Fronte popolare ci avrebbe dato più di mezzo secolo di ‘pace e di giustizia’; sono sempre loro che oggi, invece di far chiarezza nei vari schieramenti politici, si sono assunti il ruolo di Piero l’Eremita, di predicatori della guerra santa contro la bieca reazione del centro-destra e le pesanti ingerenze vaticane nella politica italiana. Che si siano messi (almeno in parte) in congedo (posto che sia vero ) non può che rallegrare i veri liberali che, in passato, se li sono ritrovati dappertutto: nel cinema, nel teatro, nelle redazioni, in televisione, nelle aule accademiche e persino nei concerti della Scala Altro che riportarli sulla scena pubblica come costruttori (sia pure più prudenti e meno fanatici) di utopie!
E a questo punto non posso non chiedere a Marsonet quale sia la «valenza positiva» del concetto di utopia. L’equiparazione di ‘totalitarismo e ‘utopia’ può anche essere semplicistica ma se è vero che non tutte le utopie si traducono in regimi totalitari è altresì innegabile che non c’è regime totalitario che non si richiami o si legittimi su un’utopia. Alla base di quest’ultima, infatti, c’è una fortissima istanza etica intesa a rigenerare il mondo e forse è questa la ragione per la quale nazisti e neo-nazisti sono sempre stati colpiti da Platone—un fascino che dura tuttora se si pensa ai saggi di Franco G. Freda, Platone.Lo Stato secondo giustizia o di Adriano Romualdi, Platone. Un fascino, lo ammetto, fondato su un grosso equivoco (anch’io non condivido la ricordata interpretazione che Popper dà di Platone) ma che coglie atteggiamenti profondi di odio irriducibile nei confronti della ‘civiltà del mercante’ (o per meglio dire della Zivilisation del mercante ), dell’individualismo possessivo, di quei modelli esistenziali che hanno liquidato le aristocrazie dello spirito e sancito il primato di Odisseo su Achille..
Gli utopisti classici—da Tommaso Campanella a Tommaso Moro—costruivano realtà immaginarie non per indurre i loro contemporanei ad abitarci ma per esercitare l’unica critica che, nella loro epoca, era possibile muovere ai poteri temporale e spirituale, al trono e all’altare:le loro fantasie politiche mostravano come si sarebbe dovuto vivere seguendo il dictamen rectae rationis. Ma è indubbio che nessuno avrebbe voluto abitare nelle loro isole o nelle loro città del sole giacché la vita nei felici alveari ha l’immobilità della morte: un quadro perfetto, infatti, non dev’essere neppure ritoccato. Nei secoli seguenti, le utopie si incorporarono nelle ‘ideologie’: da affreschi staccati e remoti (consapevolmente) dal mondo reale, divennero il lievito di programmi d’azione, di rivoluzioni epocali, di riclassificazione dell’umanità in ‘amici del progresso’ e ‘amici della reazione’.Dalla ‘virtù all’ordine del giorno alla Festa dell’Essere Supremo, i sogni dei visionari diventarono norme imposte dai rappresentanti della volonté générale all’intera collettività.
Dovremmo reinvestire gli intellettuali del compito di«formulare proposte utopiche, pur consci che non sono realizzabili qui ed ora» ? Ma se non sono realizzabili di cosa si sta parlando? Temo che si tratti degli Itinera Obscura ad Inferos Descensionis.
Dietro il discorso di Marsonet, però, c’è una questione grande come l’Everest e che i liberali del nostro tempo (nell’Ottocento le cose erano diverse) continuano a eludere: bastano gli istituti democratici—ivi compreso il mercato che poi altro non è se non la democrazia dei consumatori– a tenere uniti i popoli e a creare quegli atteggiamenti di ‘appartenenza’ e di reciproca fiducia che stanno alla base dell’identità politica? E’ il grande tema della ‘comunità politica’, per l’appunto, che non può essere ridotto a una discussione accademica tra intellettuali, che riscoprono il valore positivo dell’utopia, e produttori di conoscenze che più umilmente si dichiarano paghi di far luce solo su angoli limitatissimi di mondo!
Marsonet non a torto si richiama alla funzione dei ‘chierici’: qualunque cosa possa pensarsi di loro (e di quelli italiani ho sempre pensato il peggio) essi, almeno a partire dal Settecento francese hanno detenuto un vero e proprio ‘potere simbolico’, in concorrenza con quello della Chiesa e destinato a sopravvivere a lungo (quando si definiva Benedetto Croce un ‘papa laico’ si ricorreva a una metafora tutt’altro che ‘retorica’). E tuttavia quello culturale è soltanto uno dei tre poteri che strutturano le società umane—quei poteri che i medievali articolavano in bellatores, oratores e mercatores. In una ‘comunità politica’ sfilacciata e frammentata, gli ‘intellettuali’ diventano veicoli di ideologie irresponsabili (perché non debbono dar conto a nessuno della loro realizzabilità), che vanno dal multiculturalismo buonista, a pulsioni nichilistiche e distruttive, aventi come bersaglio la tradizione– soprattutto cattolica–e l’universo borghese, da un ecologismo inteso ad arrestare lo sviluppo ‘capitalistico’a un’enfasi sui ‘diritti sociali’ che non esita ad affidare allo Stato compiti dirigistici, destinati, alla lunga, ad affossare la perversa logica del mercato.
‘Revisionare’ la democrazia è possibile solo in una comunità politica forte e coesa, orgogliosa del proprio passato e poco disposta a svendere la sua storia. Non è casuale che la riforma istituzionale che più ha avvicinato la Francia all’Occidente e alla filosofia della divisione dei poteri sia partita da una formazione politica e da un uomo, Charles de Gaulle, che non intendevano rassegnarsi alla retrocessione del loro paese a ‘stato satellite’e volevano essere presenti nei luoghi in cui si decidevano i destini del mondo e delle nazioni. Le forme di governo—e la democrazia in primis—non possono prescindere da una ‘certa idea’ della comunità politica che sono chiamate a ordinare e a dirigere. Le rivoluzioni atlantiche—e in specie quella inglese e francese—sarebbero impensabili senza la ferma determinazione di ‘arrestare la decadenza’ e di fondare regimi politici che, per citare una suggestiva metafora di L. B. Namier, avrebbero di nuovo gonfiato le vele dello Stato e ridato a Londra e a Parigi quella potenza che monarchie deboli e velleitarie rischiavano di vanificare. Con la sua incisività, Max Weber poteva scrivere, negli anni della prima guerra mondiale, che solo un ‘popolo di signori’ (un popolo che aveva tagliato la testa a uno Stuart e riaffermato i diritti soggettivi e le garanzie della libertà) avrebbe potuto svolgere una politica ‘imperialista’.
In un paese allo sfascio, come l’Italia, che si chiede seriamente se l’indipendenza e l’unità politica conquistate nel Risorgimento, siano state davvero un buon affare, sono davvero pensabili nuovi colpi d’ala, nuove esaltanti utopie che rivitalizzino la democrazia e la guariscano dai mali denunciati dal vecchio Platone?Qui davvero Berlusconi, il populismo, Di Pietro, Vendola e quant’altro non c’entrano nulla, trattandosi di sintomi di una malattia mortale che non si guarisce, di sicuro, con il governo dei tecnici o dei sapienti o dei filosofi (Dio ce ne scampi e liberi!).
Quello che si può fare è rendere meno costoso il sistema—sia pure con qualche spallata populistica–, responsabilizzare seriamente quanti governano, modificando le nostre architetture costituzionali, retaggio di un’epoca in cui un esecutivo forte evocava immancabilmente lo spettro del fascismo. Da noi i premier sono Gulliver incatenati da mille lacci e laccioli lillipuziani, rappresentati dalla burocrazia, dai sindacati, dalle categorie professionali da quei ‘soggetti del pluralismo’che non fanno pensare al pluralismo anglosassone ma alla spartizione territoriale dei signori della guerra dell’Impero cinese in putrefazione. La spettacolarizzazione della politica nasconde le reali poste in gioco ma è a queste che debbono guardare gli studiosi.
Tornando a Berlusconi e allo show di Santoro siamo proprio sicuri che, al di là della sceneggiata, non siano venuti fuori temi scottanti? La presidenza di Oscar Luigi Scalfaro, ad esempio, è stata davvero un modello di moderazione e d’imparzialità? Le ‘toghe rosse’ sono un’invenzione del Cavaliere? La magistratura italiana che, per la lentezza dei processi e delle procedure, richiama spesso i moniti dell’Europa, non va riformata—a cominciare dal reclutamento e dall’avanzamento di grado di giudici? La divisione delle carriere non è, forse, auspicabile? Quello della terzietà è un falso problema? E venendo alle cronache giudiziarie, i 100 mila euro giornalieri che le magistrate milanesi hanno concesso a Veronica Lario non fanno venire il dubbio che si sia trattato di sentenze, se non femministe o comuniste, dettate da antiberlusconismo teologico? Perché chi la pensa come il cavaliere su tali questioni dev’essere considerato come massa eterodiretta che «si lascia impressionare dallo show berlusconiano» e non comprende «la distinzione tra apparenza e realtà»?
A scanso di equivoci, non credo che Berlusconi—qualora tornasse alla guida del governo—sarebbe in grado di mettere mano alle riforme accennate durante la performance a ‘Servizio Pubblico’: con le leghe (lombarde o siciliane che siano) non si va molto lontano. Però i problemi restano quelli: lui fa promesse che non è in grado di mantenere, gli altri non riescono neppure a sospettare che quelle riforme potrebbero rappresentare una cura salutare per il nostro paese. Di ‘politica spettacolo’ in Italia se ne fa tanta, fin troppa e, legittimamente, molti di noi ne provano un crescente disgusto. Rassegniamoci, però, alla tolleranza reciproca: a Marsonet ha fatto schifo la pagliacciata del Santoro show, io sono rimasto assai più disgustato dall’esibizione clownesca di Roberto Benigni (pagatissimo, peraltro) apologeta della nostra carta costituzionale. De gustibus…, d’accordo, e guai a demonizzare le idiosincrasie estetiche . Il problema, però, ancora una volta, non è la politica-spettacolo ma l’Italia che hanno in mente quanti salgono sul palcoscenico.

Dino Cofrancesco
(Legno Storto del 15/1/2013)

Sull'Autore

Dino Cofrencesco

Dino Cofrancesco è uno dei più importanti intellettuali italiani nel campo della storia delle dottrine politiche e della filosofia. E' autore di innumerevoli saggi e tra i fondatori dei Comitati per le Libertà. Allergico all'ideologia dell'impegno, agli "intellettuali militanti", ai profeti e ai salvatori del mondo, ai mistici dell'antifascismo e dell'anticomunismo, ha sempre visto nel "lavoro intellettuale" una professione come un'altra, da esercitarsi con umiltà e, nella misura del possibile, "senza prendere partito". Per questo continua, oggi più che mai, a ritenere Raymond Aron, Isaiah Berlin e Max Weber gli autori più formativi del '900; per questo, al tempo dell'Intervista sul fascismo di Renzo De Felice, si schierò, senza esitazione, dalla parte della storiografia revisionista, senza timore di venir accusato di filofascismo.

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