E dai, con le “battaglie di civiltà”…


Per un vero liberale quelle che contano sono le “regole del gioco” che non vanno mai messe in discussione o violate

Sono molte le leggi approvate o in discussione in Parlamento che mi lasciano molto perplesso: dal femminicidio alla tortura (‘ce l’ha chiesta l’Europa’), dall’apologia di reato ai vitalizi. Solo le leggi sulle vaccinazioni e sui reati stradali mi trovano incondizionatamente favorevole. Ma non è questo il punto. E non è neppure il fatto che filosofi, giuristi, opinion maker abbiano espresso riserve, profonde e meditate, su politiche repressive, considerate inefficaci e, in qualche caso, persino illiberali. Le leggi, di cui si occupano il diritto e la morale, non sono ‘naturali’, non sono teoremi geometrici ma prodotti umani, troppo umani, che riflettono interessi e valori spesso conflittuali e stabiliscono gerarchie che ne promuovono alcuni e ne trascurano altri. Quando gli speaker televisivi annunciano trionfanti che un determinato provvedimento corrisponde a una ‘battaglia di civiltà’, senza far capire le ragioni per cui i suoi critici non sono d’accordo, vengono in mente gli stati totalitari dove i media sono i portavoce del regime. Comunque, tutto questo è forse inevitabile in un comunità politica, come la nostra, ancora segnata da uno Stato pedagogo che non si è mai liberato dal tradizionalismo cattolico, dal fascismo e dal comunismo, tre subculture (in senso antropologico) che hanno lasciato tracce profonde negli “abiti della mente e nei costumi del cuore degli italiani”.
Il tema su cui vorrei richiamare l’attenzione, invece, è un altro ed è costituito dall’incapacità sempre più diffusa a interiorizzare l’essenza della democrazia liberale che è culto delle forme e delle procedure non subordinato al ‘bene’ che può derivarne. In altre parole, per un democratico liberale, conta che la partita tra due squadre avversarie si svolga nell’osservanza delle regole e dei codici sportivi, che non si facciano gol fuori gioco, che si rispettino le decisioni dell’arbitro. La libertà è un valore in sé ,non è un valore strumentale (come credono i democratici sociali, i socialisti, i cattolici sociali): una misura legislativa sbagliata adottata liberamente ha più valore di una misura buona e giusta decisa da un tiranno. Questo comporta l’accettazione incondizionata delle leggi e il rispetto degli onorevoli che le hanno approvate. L’obbedienza, ovviamente, non significa condivisione e, infatti, nessuno impedisce che si voti per partiti, oggi in minoranza, impegnati a sostituirle con altre, in linea, invece, con i nostri valori.

di Dino Cofrancesco

Sull'Autore

Dino Cofrencesco

Dino Cofrancesco è uno dei più importanti intellettuali italiani nel campo della storia delle dottrine politiche e della filosofia. E' autore di innumerevoli saggi e tra i fondatori dei Comitati per le Libertà. Allergico all'ideologia dell'impegno, agli "intellettuali militanti", ai profeti e ai salvatori del mondo, ai mistici dell'antifascismo e dell'anticomunismo, ha sempre visto nel "lavoro intellettuale" una professione come un'altra, da esercitarsi con umiltà e, nella misura del possibile, "senza prendere partito". Per questo continua, oggi più che mai, a ritenere Raymond Aron, Isaiah Berlin e Max Weber gli autori più formativi del '900; per questo, al tempo dell'Intervista sul fascismo di Renzo De Felice, si schierò, senza esitazione, dalla parte della storiografia revisionista, senza timore di venir accusato di filofascismo.

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