Destra e sinistra esistono, eccome!

cofrancesco
Destra e sinistra esistono ancora: ognuno considera le idee dell’altra parte come non accettabili. Come si comportano in questa ottica i liberali italiani?

In diverse occasioni ho sostenuto, in un’ottica liberale, la validità teorica e la necessità pratica della dicotomia destra/sinistra. Mi rendo conto i contenuti delle due categorie portanti del pensiero politico occidentale possono variare e che motivi e simboli che un tempo identificavano l’una, col passare degli anni, sono diventati le insegne dell’altra. Si cita, per antonomasia, la parola patria, un termine caro ai rivoluzionari dell’89 ( Allons enfants de la patrie..) oggi così rifluito, p.c.d., a destra che persino i moderati ministri democristiani degli anni ’50, in Italia, non osavano pronunciarlo, preferendogli il più asettico ‘paese’. Maurice Duverger, in anni lontani, scrisse di non aver nessun dubbio sulle idee politiche di quanti asserivano che destra e sinistra sono cose d’altri tempi, che oggi non hanno più alcun significato: a suo avviso, a parlare così, era sicuramente un uomo di destra. Sennonché, è vero che per la sinistra la coppia conflittuale ha ancora un senso ma chiediamoci, sine ira ac studio :< che senso ha?>. Non certo quello, liberale, della legittimazione politica di due schieramenti che diversamente intendono e perseguono quello che una volta si chiamava ‘bene pubblico’ o ‘interesse generale’. Per la sinistra, destra e sinistra significano ‘qualcosa’ ma l’una s’identifica con la democrazia, la proclamazione dei diritti umani, la giustizia sociale etc. mentre l’altra è sinonimo di privilegio, di discriminazione, di sfruttamento economico. Ci si chiede, allora, se davvero possa dirsi che la dicotomia è valida e legittima per chi vede in un polo tutto il malum mundi e nell’altro la liberazione dalle catene che hanno imprigionato finora il genere umano asservendo ai potenti la . Per la sinistra, quindi, si tratta di una contrapposizione reale ma che il progresso sociale e civile renderà obsoleta—come la destra, ricordata da Duverger, crede che sia già ora.
Se si vuole una riprova di quanto sto dicendo, basta leggere di scritti di Stefano Rodotà, di Gustavo Zagrebelsky, ‘Micro Mega’, le pagine culturali di ‘Repubblica’ ma anche (assai spesso) dei giornali della borghesia italiana (‘La Stampa’, il ‘Corriere della Sera’, il ‘Messaggero’ etc.). L’esaltazione della Costituzione, nata dalla lotta antifascista, è sempre motivata dai suoi forti contenuti sociali e dal progetto di ‘democrazia avanzata’ elaborato dai Padri Costituenti. Come ricorda Franco Chiarenza nel suo ponderoso ideario liberale–impropriamente intitolato Il liberale qualunque, Youcanprint Self-Publishing, Tricase (Lecce) 2015—Guido Carlo osservava che la nostra Magna Carta . Non entro nel merito dell’ideologia che accomunò nel 1946 cattolici (di sinistra) socialisti nenniani e comunisti. Nel volere una Costituzione che non contenesse il regolamento (neutrale) della partita politica ma prescrivesse a tutti i giocatori determinati obiettivi civili e sociali v’erano, indubbiamente, esigenze comprensibili e valori rispettabili. Il punto, però, è un altro: i partiti che non vedevano nell’imprenditore, nel mercato, nella concorrenza, nel profitto cose dovevano considerarsi al di fuori della Costituzione? Nella logica dei Rodotà, il battersi contro i ‘diritti sociali’, per ridurli considerevolmente, e i ‘beni comuni’, quando si scontrano con gli interessi della bieca proprietà privata, finisce per essere assimilato a una battaglia a favore della discriminazione razziale o di genere. Ripeto, si può capire questo tipico e diffuso a sinistra sentire de re publica ma tale stile di pensiero—per il quale una Margaret Thatcher, stando a Paolo Flores d’Arcais, non avrebbe nessun diritto di cittadinanza in Italia—giusto o sbagliato che sia, non rende l’ammissione che ci sono una destra e una sinistra simile a quella che ci sono egoisti e altruisti, gaglioffi e persone perbene? Certo c’è anche una ‘destra sociale’ ma si tratta di destra che, per le sue ascendenze repubblichine, non gode certo delle simpatie dei sacerdoti dell’antifascismo e della Resistenza.
Sull’altro versante, almeno per quel che concerne la variegata famiglia liberista, troviamo la stessa musica. Qui il non è la giustizia sociale (indipendentemente dai modi per garantirla) ma il mercato sicché anche qui troviamo la lavagna con l’elenco dei buoni e dei cattivi. Per un Carlo Lottieri, per un Raimondo Cubeddu, per un Luigi M. Bassani, che senso può mai avere parlare, oggi, di destra e sinistra? Non sono, come per i loro antagonisti ideologici, entità (purtroppo ancora) reali ma fantasmi del passato, che riportano a discussioni inutili se non nocive. O si sta con Friedrich v. Hayek (indubbiamente un grande pensatore politico e uno dei maggiori economisti del secolo anche se i talebani del mercatismo gli preferiscono Rothbard) o si precipita nel baratro dello statalismo, dell’assistenzialismo sprecone, del clientelismo sociale mascherato di nobili idealità. Carlo Lottieri, coerentemente, invita il pragmatico Renzi a , a prendere atto della necessità di . In quest’ottica, il modello scandinavo e laburista non è meno deleterio di quello sovietico e collettivista (tranne, naturalmente, il trascurabile particolare della preservazione della democrazia politica e delle libere elezioni…) e, pertanto, il corno di sinistra della più classica delle coppie conflittuali è completamente azzerato e delegittimato. Anche qui c’è una logica ma la squadra Lottieri/Mingardi in cosa si differenzia da quella Rodotà/Zagrebelsky? La cornice etica e concettuale del quadro è la stessa: cambiano i paesaggi.
Le due diverse species del pensiero unico, paradossalmente, confermano che ‘destra’e ‘sinistra’ sono vive e vegete anche se ai nostri giorni sono assai più conflittuali che in passato, ritenendosi portatrici di un modello di civiltà (a seconda dei casi, fondato sui ‘diritti sociali’ o sulla libertà di mercato) che, qualora non riuscisse ad aver ragione dei nuovi barbari (costituiti, a seconda dei casi, dagli stranamore del mercato o dai pianificatori mascherati da democratici), metterebbe a repentaglio la vita e/o la libertà dell’uomo sul pianeta. Forse, è appena il caso di ricordare che in altri secoli non era così e che un socialista turatiano non avrebbe mai considerato un liberalconservatore sonniniano come la quintessenza del male (e viceversa). Ma quella era l’ Italietta umbertina, nel cui disprezzo fascisti e antifascisti trovavano un terreno d’incontro (non il solo, per la verità).
A mio avviso, a spiegare questo oggettivo regredire della reciproca legittimazione politica sono vari fattori storici e culturali. Per limitarci a questi ultimi, il più rilevante è, fuor di dubbio, il tramonto dello storicismo: non della ‘filosofia della storia’ di stampo hegeliano–giustamente stigmatizzata da Karl R. Popper nel suo saggio famoso, Miseria dello storicismo–ma di quel senso profondo della relatività delle cose umane che è la lezione imperitura che David Hume, il più grande filosofo del suo secolo, trasse dagli immortali Essais di Montaigne. Si tratta di quel sano relativismo che portava Benedetto Croce a prendere le distanze da Luigi Einaudi e dal suo ‘liberalismo del mercato’ e che, forse, oggi cominciamo a intendere meglio, pur con le mantenute riserve nei confronti della sottovalutazione crociana della dimensione istituzionale dell’economia (come della politica, del resto). Croce, dopo l’avvento del fascismo, non a caso esaltò in Giovanni Giolitti—il politico più esecrato dai liberisti ortodossi—il più eminente statista italiano dai tempi di Cavour—v. la sua Storia d’Italia dal 1871 al 1915 del 1928. Il filosofo dei ‘distinti’ sapeva che l’economia non è tutto e che la politica impone comportamenti responsabili nei confronti della collettività, in termini di salvaguardia di quell’ordine sociale che i cicli economici possono minacciare. Di qui l’apprezzamento convinto del ‘riformismo’ giolittiano in cui gli intellettuali di destra e di sinistra vedevano una delle tante riprove della spregiudicatezza del ministro della malavita. D’altronde, non lo si ricorda sempre, Croce era così poco ‘statalista’ che, nel secondo dopoguerra, si oppose all’IRI a differenza dell’amico Luigi Einaudi che, invece, era favorevole alla sua ricostituzione (e sono convinto che, in questo caso, avesse più ragione di Croce).
In un recente volume scritto con Gennaro Sangiuliano, Una Repubblica senza patria. Storia d’Italia dal 1943 a oggi (Ed. Mondadori 2014), Vittorio Feltri, nella parte a lui affidata, rende omaggio ad Amintore Fanfani–un politico certo non in odore di liberalismo–per aver allentato le tensioni sociali degli anni cinquanta con le sue case popolari: fece più lui per fermare l’avanzata comunista, osserva, che tutte le campagne propagandistiche contro l’URSS e i suoi accoliti occidentali. Come il suo maestro Indro Montanelli, Feltri è un grande realista ma è il piano del realismo quello che può salvaguardare la ‘società libera’. Realismo significa che non ci sono ricette infallibili (mercatiste o welfariste) che assicurino a un paese benessere e pace sociale e che proprio perché in politica, come nella vita di ogni giorno—a causa dell’incertezza ontologica che avvolge le cose umane–, voluntas fertur in incognitum, è indispensabile che ci siano partiti di destra e partiti di sinistra, liberali e socialdemocratici, i cui programmi possono variare, come sono variati (e profondamente) nel tempo ma che oggi si distinguono, sostanzialmente, sulla base della propensione alla maggiore libertà (per cittadini e imprenditori) o alla maggiore ‘protezione sociale’—valori che diventano a somma zero via via che ci si allontana dal centro ovvero dal bargaining liberale. (Non a caso, nelle democrazie occidentali, la competizione elettorale non è tra destra e sinistra ma tra centro-destra e centro-sinistra). Una volta al potere i diversi partiti varano leggi che saranno gli elettori a dover giudicare. Non è la scienza politica—che si ispiri ad Hayek o a Keynes, poco importa– ad assicurare la felicità dei popoli ma l’arte del buon governo che tiene conto delle circostanze storiche e, perciò, si guarda bene dal farsi condizionare dai dogmatismi che i razionalisti di ogni tipo vorrebbero imporre come ‘senso comune’.
Destra e sinistra non esistono più? Ma come si fa a dirlo in una società, come quella italiana, in cui le idealità classiche della sinistra, anche grazie alla mediazione azionista svolta dagli intellettuali della borghesia progressista (ma non si dimentichi l’imprescindibile apporto della sinistra democristiana che, non a caso, è confluita nel grande partito della nazione postcomunista), sono diventate la political culture egemone, che ispira persino le più alte cariche dello Stato e che, ancora oggi, a settant’anni dal crollo della dittatura fascista (sottolineo: settant’anni!) impedisce un’analisi pacata e seriamente revisionista alla Renzo De Felice rivolta alle nuove generazioni e intesa a ristabilire la verità storica su cosa furono il regime mussoliniano e cosa fu la guerra civile? Se la sinistra ‘c’è’, c’è anche la destra giacché non si dà religione politica (in cui si creda per convinzione o, come più spesso accade, per mera convenienza) che non susciti eretici e miscredenti, portati allo stesso radicalismo e spesso alla stessa ottusità ideologica, di segno contrario, di cui danno testimonianza i suoi avversari.
In Italia assistiamo a uno spettacolo, per certi aspetti, sconcertante e incomprensibile. Tutto il sistema politico si muove nella palude stigia di un clientelismo economico-politico istituzionalizzato sempre più simile a una mostruosa piovra biblica ma, al di sopra di questa feccia di Romolo, si librano guerre di idee e conflitti di valori non meno violenti di quelli che caratterizzano le grandi epoche di trasformazioni sociali. Non è assurdo tutto questo? No, non lo è giacché, a ben vedere, l’estremismo ideologico antifascista svolge una funzione insostituibile: quella di tenere insieme il vasto arcipelago delle sinistre che, nelle sue frange estreme, è sconvolto dal pragmatismo delle , incarnato oggi da Matteo Renzi. L’ideologia repubblicana ufficiale è—sempre più– quella di Rodotà (di Amato, di Zagrebelsky etc.) ma le pratiche di governo sono quelle del nuovo PD rottamatore, che farebbero perdere frange importanti dell’elettorato di sinistra se quelle frange non si sentissero , in virtù dei simboli e dei linguaggi del Republicanism oggi più virulento di ieri. E più virulento non a caso giacché le gratificazioni simboliche diventano tanto più esigenti quanto minori si fanno le gratificazioni ‘materiali’: un sottoccupato della CGIL, che militi nell’ANPI, se il 25 aprile impedisce a qualche esponente moderato di partecipare alla Festa della Liberazione, può sentirsi, almeno in parte, quasi ricompensato dal potere che gli si consente di esercitare come paladino della Resistenza. E se ci scappa un po’ di violenza, i compagni (degeneri) al governo sapranno essere comprensivi…
A tutto questo il liberismo (che oggi è, volente o nolente, collocato a destra anche se ne rifiuta l’etichetta) come reagisce? Non certo tornando a Vilfredo Pareto (esaltato a parole) e alla sua robusta analisi delle classi, dei loro interessi, delle loro strategie di potere ma con la regressione a Bastiat (peraltro un affascinante pensatore politico), con l’esaltazione della globalizzazione e delle frontiere e dei mercati sempre più aperti (più manodopera è disponibile più diminuiscono i salari), con la denigrazione del Risorgimento e dello Stato unitario, riguardato come l’anteprima della marcia su Roma e del fascismo. Reagisce, in definitiva, mettendosi fuori della comunità nazionale e della storia e navigando nelle utopie del liberoscambismo planetario: la sinistra non poteva chiedere di meglio né auspicare una destra più innocua. Meraviglia, a questo punto, che sia un imprenditore di sinistra uno dei maggiori finanziatori di un importante centro di ricerca liberista e –il va sans dire—sempre più decisamente antiberlusconiano? Solo da noi poteva capitare!

Dino Cofrancesco

Sull'Autore

Dino Cofrencesco

Dino Cofrancesco è uno dei più importanti intellettuali italiani nel campo della storia delle dottrine politiche e della filosofia. E' autore di innumerevoli saggi e tra i fondatori dei Comitati per le Libertà. Allergico all'ideologia dell'impegno, agli "intellettuali militanti", ai profeti e ai salvatori del mondo, ai mistici dell'antifascismo e dell'anticomunismo, ha sempre visto nel "lavoro intellettuale" una professione come un'altra, da esercitarsi con umiltà e, nella misura del possibile, "senza prendere partito". Per questo continua, oggi più che mai, a ritenere Raymond Aron, Isaiah Berlin e Max Weber gli autori più formativi del '900; per questo, al tempo dell'Intervista sul fascismo di Renzo De Felice, si schierò, senza esitazione, dalla parte della storiografia revisionista, senza timore di venir accusato di filofascismo.

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