Da San Lorenzo in Lucina, ai giovani. L’estrema confessione del divo Giulio

ROMA: IL MINISTRO FRATTINI IN COMMISSIONE ESTERI SU SITAUAZIONE MEDIO ORIENTE
“Cari giovani, sentendo vicina l’ultima ora terrena e riandando per l’ennesima volta alla mia lunga e tormentata carriera, voglio consegnarvi – più che un messaggio – una lettera d’intenti: meglio ancora, una suprema confessione, a testimonianza di meriti e debolezze che mi hanno accompagnato. Oh non già la confessione a mia moglie, messami in bocca da Toni Servillo nel malevolo, se pure tirato a lucido, film “Il divo” del regista Sorrentino, così visitato sulla rete fin dal 2008, anno della sua diffusione nelle sale: proprio a me che del cinema, strumento di comunicazione popolare, sono stato fervente precursore ( su tutto, segnalo “Il tassinaro”, dove, seduto sul sedile posteriore, dialogo con l’amico di sempre Alberto Sordi, fingendo certo ma insieme dicendo la verità, anche non “tutta” la verità, sulla mia concezione del potere e delle raccomandazioni !) Oh non di questo tipo di confessione voglio parlare, anche perché lasciai perdere la possibilità di “querela”, pur sentendomi ferito, consapevole che l’uomo pubblico di per sé è sovraesposto a satire e critiche ! No, voglio dire ancora qualcosa, che non è mai “tutta” la verità ( del resto, l’inconscio ci fa capire che quello che il grande Alessandro Manzoni chiamava “il guazzabuglio del cuore umano “, oltre ad esser sempre in agguato, è un vero pozzo senza fondo, dove il “non detto” sorpassa i confini del “dicibile”: ma questo si sapeva e si sa, senza bisogno di ricorrere alla strampalate teorie del dottor Sigmund Freud, così care all’amico-nemico Pier Paolo Pasolini, cui confermo deferente stima ed affetto, avendo già rilasciato interviste chiedendogli venia, “post mortem”, per averlo cupamente osteggiato ! “Intelligenti, pauca” ! ).
No, io voglio confessarvi, a voi anime libere ed esenti dal potere, la mia sottile angoscia per il tono generale di accomodante servizio, ambigua e untuosa trasversalità, persino viscida ricerca del compromesso, e sempre del manzoniano “troncare, sopire”, “sopire, troncare”, che non mi sono potuto scrollare mai di dosso. E poi, anche, di come ho spinto talora questa “vocazione”, fino al punto di violare e offendere la “verità”. Già, perché, per un cristiano, mémore dell’evangelico “la verità vi farà liberi”, questo è il peccato, e insieme il cruccio, più grande: lo sfregio del vero, il mancato accordo della mente con l’animo. Sì le trame oscure, la P2, l’omicidio Pecorelli, i probabili contatti con la Banda della Magliana, le manovre sul caso Moro e tant’altro, mi sono stati contestati duramente. Ma non è questo il cruccio più profondo e segreto: bensì, proprio l’offesa della verità.
Vedete, cari giovani, è ben vero che, per mantenermi a galla, ho traccheggiato volta a volta un po’ con tutti: del resto, in tanti decenni di vita pubblica, per giunta in Italia, come avrei potuto non farlo ! Quando feci il governo Andreotti – Malagodi, nell’ormai lontano 1972, veramente fui abilissimo: pensate, cercai di dare una alternativa “moderata” ( si dice così !? ) alla gestione della cosa pubblica italiana. Epperò, nello spezzare la “egemonia” ( virtuale o reale che fosse ) delle sinistre ( e questo, credetemi, non è stata, e non è ancora, roba da poco ), misi in campo gli interessi e provvedimenti che potessero andare a vantaggio delle “lobbies” a nostro sostegno ( per il Vaticano, poi, inutile farne cenno, essendomi da sempre stato “carne della mia carne” ). Orbene, che cosa feci e faci fare all’onest’uomo che rispondeva al nome di Giovanni Malagodi ? La prima legge sul prepensionamento di massa, intesa al consenso effimero per me, esiziale e dannoso per le sorti delle future generazioni, dal momento che dette una bella botta al pauroso disavanzo della spesa pubblica. Pensate, il liberale e liberista, poliglotta e umanista Malagodi, portato a varare – consenziente, sia chiaro – una patacca simile ! Gli ultimi governi, fino al recente Letta, non si sono mai stancati di dire: il macigno su di noi e sulle nuove generazioni è il debito pubblico, accumulato e concresciuto negli ultimi quarant’anni ! Ciò pesa anche nella immagine dell’Italia di fronte all’Europa ! E giù geremiadi di contrizione, implorazioni di umana comprensione, appelli forse un po’ “gesuitici” ( essi sì, nel segno della “doppiezza”, altro che Papa Francesco, gesuita per gli studi ma non per il contegno ed il pensiero ! ) alla condivisione dei problemi che ne son derivati. Bravo ragazzo, quell’Enrico ! Non vorrei che gli capitasse di onorarmi, dopo pochi giorni dalle sue lucide e appassionate ricostruzioni delle scaturigini più antiche e profonde della “strana” crisi italiana !
Ma tant’è ! No, il potere non logora chi non ce l’ha! Sì, l’ho detto spesso, assorbendo il famoso Talleyrand ! Ma non è questo il punto nevralgico del discorso. Del resto, il potere ce l’ha anche il barista che la mattina mi serve meglio o peggio, con cortesia o sbrigatività, prima o dopo degli altri. E così via. Questo, in verità, volevo dire con quella “celebrata” frase. Ma glielo spiegava anche ad Albertone, nel film citato. Ma gli italiani, non tutti gli italiani, non capiscono ( o forse fanno finta di non capire, avvezzi da sempre all’ossequio e al familismo amorale: salvo che per e nel Risorgimento ). E sì, bisogna dirlo. Qualcuno ha capito; qualcuno ha citato persino il creatore della benemerita marcia della pace Perugia-Assisi, che invece diceva “Il potere è di tutti”, raunando i giovani a colloquio socratico nei suoi Centri di cultura religiosa. In fondo, dire “Il potere è di tutti!” viene a coincidere con il mio “Il potere logora chi non ce l’ha”. Solo che lo stesso accertamento di fatto era capovolto in due ottiche nettamente diverse, il culto del “particulare” guicciardiniano da una parte, la religione della libertà dall’altra.
Sì, ma “giusti son due e non vi sono intesi”, recita per noi il padre Dante nel canto di Cacciaguida. Di ciò mi pento ora, come il peggiore dei miei peccati. E, per porvi riparo, scrivo a tutti voi, cari ragazzi, perché i “due” divengano “molti”, “tanti” ( mai: “Tutti” ), nella trasparenza della verità. Ora, o mai più ! Ora che le forze mi abbandonano; ora che mi abbandonano, dopo avermi strenuamente sorretto durante i decenni di processi ( questo, vi prego, non dimenticatelo, nonostante tutto ) affrontati davanti alla corte di Palermo !
E così, cari giovani che non conosco ( ma di cui sento come la “figliolanza impalpabile” ), feci con i comunisti. Potrei dire che, dopo aver “sedotto” Malagodi, “sedussi” i comunisti, fervidamente da loro corrisposto, peraltro. Altro che il Cavaliere ( lasciate perdere gli aspetti “secondari” delle escort, rispetto ai “primari” della crisi della giustizia o della sanità ); sono stato io il vero “seduttore”, nella vita politica italiana ! Ripresi, allora, da par mio, la linea della “doppiezza” togliattiana ( altro che Machiavelli, malnoto anche in questi cinquecento anni dal “Principe” che alcuni si accingono a celebrare; il vero “machiavellismo” c’è nell”antimachiavellismo” dei gesuiti e della “ragion di stato”; e il vero “gesuita” è stato da noi Palmiro Togliatti ); mi accordai con il Pci, affossando Aldo Moro e curando sempre di più il consociatismo, altro fattore di crescita esponenziale del debito pubblico; ne ottenni, in cambio, il silenzio sul crac del Banco Ambrosiano e a proposito dell’assassinio di quell’autentico gentiluomo che era l’avvocato Ambrosoli; diedi loro il tappetino su cui entrare nei poteri forti, dal credito agevolato della banca di Calvi all’ingresso nel giornale di via Solferino; rifiutammo l’alternativa liberalsocialista negli anni Ottanta, salvandomi dalla censura in Parlamento a proposito del caso Sindona, grazie alla astensione dei comunisti. Questa è la verità ! Per reggermi a galla, cercai e ottenni ambigue e trasversali ( meglio: contrapposte nello “schieramento”, come diceva Ugo La Malfa, concordi nelle “strategie” e nei “contenuti” ) sintonie. E la cosa peggiore la commisi – forse – proprio quando misi in campo, nel mio “piccolo” certo, ma sapendo anche in questo di avere il consenso di tanti intellettuali organici, l’opera di “rimozione” ( se non di deturpamento ) della memoria storica di Benedetto Croce. Fu nel 1998, a cinquant’anni dalla promulgazione delle infauste leggi razziali. In quella occasione, me ne uscii con una malizia fuor dal comune, rimproverando al Croce in duplice intervista al “The New Yorker” e al “Borghese” la mancata presenza in Senato il 20 dicembre 1938, giorno della discussione delle leggi razziali. Pur sapendo che il filosofo aveva avuto in casa l’aggressione delle squadre fascistiche, avesse votato contro i Patti Lateranensi; avesse avuto amici e discepoli ebrei perseguitati; avesse scritto il testo guida “La Storia come pensiero e come azione” del ’38, conforto per Giorgio Bassani nel suo splendido “Giardino” e alla scuola ferrarese di via Vignatagliata; avesse raccolto tra intellettuali ebrei la metà dei firmatari al Contromanifesto del 1° maggio 1925; che gli stessi avessero scritto più volte “Finché c’è Croce, c’è speranza per noi”; avesse riconosciuto in sede storica l’apporto dato da ebrei alla causa risorgimentale ( “Nati con la libertà” ); avesse definito “Orrore” la promulgazione delle leggi razziali in una intervista pubblicata in Svezia e trasmessa e ritrasmessa per ché non si disperdesse tramite il suo traduttore israeliano della “Estetica; e pur sapendo che semmai la polemica era infuriata a proposito del “Vicario” di Rolf Hochuth ( naturalmente esagerando sulla tesi del mancato intervento di Papa Pacelli ); ebbene, pur sapendo tutto ciò, volli fare il “primo della classe” nel rinverdire il sempre latente antiliberalismo e anticrocianesimo, serpeggiante nella cultura e nella società italiana. L’operazione di “disinformazione” sembrava, per un attimo, perfino riuscita, dal momento sul “Corriere” la raccolsero Finzi e Magris, persino con gravi insulti alla memoria ( “Croce, Giove e il bove” ). E di questo voglio chiedervi scusa, ancora una volta, giovani che non sapevate, o non sapete, fino in fondo, “tutta” la verità. Figuriamoci, chi poteva contestarmi la mia infamante sottigliezza, la mia studiata e viscida mistificazione !? Solo Leo Valiani, sul “Corriere”, e uno studioso pugliese, su “Puglia” ( pensate un po’, di cosa è capace la “provincia pensante” ) quindi nel libro “Vico e Croce” ( Laterza, del 2000 ), se ne accorsero e replicarono. Non replicarono eredi e continuatori. Nella catena infinita delle reazioni umane, sorta di “sapienza dispersa” tra le persone, si opposero un “vecchio” e un “giovane”, disinteressati al potere, interessati alla verità, e alla sua restituzione: e furono seguiti dallo storico Alberto Cavaglion e via via da altri. L’operazione fallì. Le ultime pubblicazioni sul grave momento storico del ’38, anche degli stessi detrattori del 1998, hanno corretto di molto il tiro, ammorbidendo sostanziosamente la “linea”. Sì, ma voi, ragazzi, che cosa ne potevate sapere? Scuola e Università praticamente a pezzi, non leggendosi a fondo i nostri “classici”, in una cultura “eterodiretta”, voi, che cosa mai ne potevate sapere !? Di tutto ciò mi dolgo, e vergogno, ora ! Che Dio mi perdoni ! Quel Dio che a tutti è Giove e cui rimetto – da fervente cristiano e cattolico – la mia anima segretamente dolente !
Un ultimo appello. Mi raccomando: leggete i nostri “autori”: quelli che ho citato, in questa mia lettera alla posterità, Dante e Machiavelli, Manzoni e Croce. Essi vi salveranno dalle nuove manipolazioni, vi renderanno forti dentro, vi tempreranno alle nuove lotte per la libertà e per la democrazia, che ( credete a me ) certo non mancheranno ( già ne vedo le avvisaglie in questi giorni e mesi e anni ). Essi “autori” vi insegneranno a coltivare la persona e la verità, a smontare sofismi, a debellare tirannide sofismi ipocrisia ( come poetava Tommaso Campanella ): quei sofismi e quella stessa ipocrisia di cui fui, in parte, io stesso cultore e maestro, ahimé quanto subdolo e raffinato ! Sperando solo di non esser stato “troppo molesto” alla “dolce patria”, di cui sono “natìo”. “L’Italia prima di tutto”.

Giuseppe Brescia

Sull'Autore

Giuseppe Brescia

Filosofo storico e critico, medaglia d'oro del MIUR, Premio Pannunzio 2013 e Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica,Componente dei Comitati per le Libertà, ha procurato di innestare storicismo epistemologia ed ermeneutica. Dopo la fase filologica('La Poetica di Aristotele','Croce inedito' del 1984 ),ha espresso un sistema in quattro parti: 'Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva', 'Epistemologia come logica dei modi categoriali', 'Cosmologia', 'Teoria della Tetrade', 1999-2002).Per Albatros ha pubblicato il commento alla lezione di Popper in'Maledetta proporzionale' (2009,2013);'Massa non massa.I quattro discorsi europei di Giovanni Malagodi'(2011);'Il vivente originario'(saggio sulla filosofia di Schelling, con prefazione di Franco Bosio, Milano 2013); 'Tempo e Idee. Sapienza dei secoli e reinterpretazioni', con prefazione di Bosio (2015).I temi del tempo e del 'mondo della vita' si intrecciano con le attualizzazioni del 'male', da '1994'.Critica della ragione sofistica (1997), 'Orwell e Hayek', 'Ipotesi su Pico'(2000 e 2002) sino al recente'I conti con il male.Ontologia e gnoseologia del male'(Bari 2015).E' Presidente della Libera Università 'G.B.Vico' di Andria

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