Contro Crozza e la Littizzetto (Quando il pregiudizio ideologico diventa ottusità mentale)

“Per “l’Albatros” Dino Cofrancesco con un piccolo saggio sulla satira in tv: come viene fatta, come può influenzare la campagna elettorale”.

 

In una recente puntata di ‘Ballarò’, Maurizio Crozza, l’imitatore genovese promosso comico per meriti di guerra (civile), ha mandato in estasi il pubblico degli aficionados con questa battuta:«Berlusconi dice alla fidanzata: m’è venuta un’idea oscena. Lei subito:debbo prendere il calippo? No, la delude il Cavaliere, mi faccio una Lega!». Si può trovare questa comicità molto divertente—de gustibus non est disputandum, ricordavano gli antichi—o, al contrario, degna di quello che un tempo si diceva lo ‘spirito di caserma’. Il punto, però, non è questo. A campagna elettorale ormai avviata da un pezzo, la performance di Crozza non è un vero e proprio spot contro Berlusconi? E non andrebbe messo in conto ai partiti e alle coalizioni anti-Cav? Peraltro, se i telespettatori italiani sono come li dipinge la sinistra ovvero rozzi, sprovveduti, plagiabili à merci, risultano più efficaci, per quanto riguarda gli esiti della competizione elettorale in corso, i minuti riservati a Maurizio Crozza per la sua ‘satira politica’ (‘satira politica’ tra virgolette giacché, nel nostro paese, da un pezzo non se ne fa più, se è vero che la satira politica è cosa ben diversa dalla polemica ideologica mascherata da satira) o quelli concessi a un leader per il suo bravo discorsetto di propaganda?
Chiarisco subito che, come sanno i lettori di ‘Libertates’, non sono un elettore di Berlusconi né potrei esserlo dal momento che non vedo in lui né la stoffa di uno statista né un politico liberale. Il Signore di Arcore mi è sempre parso un avventuriero sceso in campo soprattutto per tutelare le sue aziende. I suoi interessi privati, con la crisi della Prima Repubblica, sono coincisi con quelli del paese, che senza di lui sarebbe caduto in mani persino peggiori, in assenza di una sinistra riformista, europea ed atlantica; ma tale coincidenza fortunata non può far dimenticare gli stili di vita, le promesse non mantenute, i nani e le ballerine riuniti nel Circo Barnum di Villa San Martino e di Palazzo Chigi. Con questi rilievi, però, mi pongo sul piano etico-politico, non su quello giuridico in senso lato: un leader può essere discutibile quanto si vuole ma va trattato ‘alla pari’, riconoscendogli gli stessi diritti e doveri dei suoi avversari. E’giusto denunciare l’eccessiva esposizione mediatica di Berlusconi, enormemente avvantaggiato dalle sue televisioni private, ma non si può fingere che la propaganda politica sia soltanto quella delle interviste e dei finti dibattiti in diretta e non anche quella dei notiziari, degli spettacoli d’intrattenimento, delle performance comiche. A sentire il TG3 ci manca poco che le notizie vengano così riportate:« Con la sua ben nota faccia tosta e sapendo di mentire, il Cavaliere ha detto..» e, sull’altro versante, «Col suo alto senso di responsabilità e senza indulgere ad atteggiamenti populistici e demagogici, Bersani ha fatto rilevare che…».
Non c’è quasi trasmissione culturale, specialmente a RadioTre, che non sia immersa in un’atmosfera antiberlusconiana e quando il caimano non è oggetto di dileggio la sua figura, i suoi programmi, vengono criminalizzati indirettamente, tirando in ballo l’imperialismo del mercato e la sua egoistica sordità a ogni stanza etica. Filosofi e teologi, intellettuali militanti e radioascoltatori ‘della strada’ fanno a gara nel denunciare le ineguaglianze sociali, il cinismo dei ceti abbienti, la perdita di ogni senso di responsabilità nei confronti dei nuovi poveri etc. che sarebbero gli esiti del malgoverno del centro-destra. Che le vittorie elettorali di quest’ultimo possano dipendere dai costi eccessivi, dagli sprechi, dalle rendite di posizione divenute insopportabili indotte da uno ‘stato sociale’ col fiato sempre più corto nell’epoca della globalizzazione, è sospetto che non sfiora neppure le menti di opinion maker che del materialismo storico hanno perso il robusto realismo ma conservato l’utopismo—declassato, però, a esasperato e non limpido moralismo.
Diciamoci la verità, nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle redazioni, nei circoli, nei ritiri spirituali delle cristiane anime ardenti, nelle congreghe massoniche e persino nei Rotary Club spira un ‘venticello’ rossiniano assai poco favorevole al Cavaliere. Chi in un banchetto ufficiale ne facesse l’elogio rischierebbe di venir riguardato con diffidenza e antipatia. Soprattutto nel mondo dello spettacolo in cui da Neri Martoré a Roberto Benigni, da Fiorella Mannoia a Luciana Litizzetto (a proposito, ma quest’ultima, con le sue parolacce postribolari, è poi davvero così divertente?) uno che dichiarasse di votare per il PDL farebbe la figura del povero scemo. Tutto questo, forse, è inevitabile e sicuramente dipende anche dal progressivo dileguarsi, nella nostra cultura, del ‘fantasma liberale’. La destra, in Italia, come già la vecchia DC, ha sempre tenuto in scarso conto gli ‘operatori culturali’, i produttori di conoscenze—l’unica grande eccezione fu ‘Il Giornale’ di Indro Montanelli, quando la terza pagina venne affidata a un grande liberale come Enzo Bettiza che ne fece il punto di raccolta dei migliori amici della ‘società aperta’non solo italiani ma anche francesi, slavi, inglesi etc.—e, sui tempi lunghi, ne ha sempre sperimentato, sulla propria pelle, le tragiche conseguenze.
Riconosciute le colpe dello schieramento politico ‘moderato’ (un brutto termine, questo, che continua a venir usato in senso eulogico), dopo aver concesso che Berlusconi e il centro-destra sono stati un mezzo disastro al governo e non hanno minimamente contribuito ad aprire la società civile a una diversa ‘political culture’, ci si chiede :«ma perché, da noi, diventa impensabile una valutazione pacata del problema della regolamentazione degli spazi televisivi in periodo elettorale?». E ancora «perché, nel migliore dei casi, la cosiddetta satira politica è sempre doppio pesista, nel senso che mette alla gogna Berlusconi per quello che è mentre colpisce blandamente Bersani o Vendola per quello che non fanno?» (il«diteci una parola di sinistra!» di Nanni Moretti).
Il Cavaliere non ha tutti i torti quando afferma che, nel mondo della comunicazione radiotelevisiva pubblica, è tutto contro di lui. Ciò non giustifica minimamente, lo ripeto, la sua sovraesposizione mediatica nelle reti di Mediaset ma pone una questione ineludibile: il fatto di essere ‘indiretta’ rende la propaganda politica—ad esempio quella fatta dai comici—meno efficace dello spot elettorale diretto? E se la risposta è negativa, non dovrebbero rivedersi, in qualche modo, le regole finora invalse? E’ tollerabile che, nella discutibilissima trasmissione televisiva ‘La più bella del mondo?’ Roberto Benigni, per il primo quarto d’ora, ridicolizzi Berlusconi e che la Littizzetto, a ’Che tempo che fa’, ormai, non faccia altro?
Se la nostra fosse un’autentica ‘società di mercato’, non ci sarebbero problemi: ognuno sosterrebbe di tasca propria i canali che gli sono più congeniali. Chi spasima per Fabio Fazio se lo pagherebbe e chi trova irresistibile lo spirito dissacratore di Benigni contribuirebbe a dargli il cachet (spropositato) da lui richiesto per parlarci della Costituzione che tutti c’invidiano. Purtroppo (o per fortuna) non viviamo in una società di mercato e Maurizio Crozza viene retribuito anche con i soldi di quanti non ridono alle sue battute, perché ‘appartengono a un’altra parrocchia’.
Sic stantibus rebus, che fare? La soluzione non è semplice, né a portata di mano giacché rimane sempre in agguato il rischio della censura. Quello che preoccupa, in ogni caso, è il fingere di non vedere, è il ritenere che la battuta sulla lega e sul calippo sia politicamente irrilevante o, comunque, non costituisca problema. Crozza partecipa, de facto, alla competizione elettorale e la sua scelta di campo è inequivocabile: se se ne prende atto, si fa il gioco di Berlusconi?
In realtà, siamo e restiamo il paese dei ‘chierici traditori’, degli intellettuali militanti che fanno dei propri valori la misura di tutte le cose e ritengono che i mezzi di informazione e le fabbriche del sapere siano tenuti a farli diventare i valori di tutti. In loro, i giudizi di valore si tramutano naturaliter in giudizi di fatto : se ritengono grotteschi e indecenti certi atteggiamenti del Cavaliere, si sentono investiti del dovere di inchiodare il Cavaliere a quegli atteggiamenti e di cancellare tutto il resto (ad es., le ragioni per le quali tanti italiani lo hanno votato e continueranno, probabilmente, a farlo anche se in misura minore rispetto al passato). Se dicessi a qualche collega universitario :« Ma ti sembra giusto che i nostri ‘comici’ ormai recitano sempre lo stesso copione, la ridicolizzazione di mettere Berlusconi?», mi sentirei rispondere: «E perché le Littizzetto e i Crozza non ce lo presentano quale è realmente? E si dovrebbe, forse, censurare chi dice la verità?». A riprova della trasformazione del pregiudizio ideologico in ottusità mentale.
Un tempo capitava abbastanza spesso di concordare sui fatti ma di divergere sulle valutazioni che ne venivano date, oggi sono le seconde che fanno aggio sui primi, sicché si infittiscono a dismisura i dialoghi tra sordi. A questo punto, il confronto davvero non ha più senso: meglio, quindi non sprecare più tante parole in discussioni inutili e «mettere ai voti!». E che Dio ce la mandi buona…

Dino Cofrancesco

Sull'Autore

Dino Cofrencesco

Dino Cofrancesco è uno dei più importanti intellettuali italiani nel campo della storia delle dottrine politiche e della filosofia. E' autore di innumerevoli saggi e tra i fondatori dei Comitati per le Libertà. Allergico all'ideologia dell'impegno, agli "intellettuali militanti", ai profeti e ai salvatori del mondo, ai mistici dell'antifascismo e dell'anticomunismo, ha sempre visto nel "lavoro intellettuale" una professione come un'altra, da esercitarsi con umiltà e, nella misura del possibile, "senza prendere partito". Per questo continua, oggi più che mai, a ritenere Raymond Aron, Isaiah Berlin e Max Weber gli autori più formativi del '900; per questo, al tempo dell'Intervista sul fascismo di Renzo De Felice, si schierò, senza esitazione, dalla parte della storiografia revisionista, senza timore di venir accusato di filofascismo.

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