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Che cosa accomuna i manifestanti che, in occasione del voto sulla manovra economica al Senato hanno tentato l’assalto al Parlamento e a Palazzo Grazioli, impegnando le forze dell’ordine in violenti tafferugli; i comitati di giovani che, in occasione dell’ultimo sciopero generale indetto dalla Cgil hanno tentato di occupare i locali della Borsa di Milano; i gruppi di militanti di Rifondazione comunista – con tra loro addirittura qualche sindaco – che hanno cercato di fermare i ciclisti impegnati nel giro di Padania con insulti, calci e pugni; i “no tav” che si riuniscono periodicamente, armati di bombe artigianali, mazze, caschi per intimidire gli operai impegnati nei cantieri per l’alta velocità; i contestatori che a Venezia hanno voluto far precedere la kermesse leghista da una piazzata intimidatoria e ostile alla libera (per quanto discutibile) espressione delle idee?
Prima risposta: li accomuna la militanza radicale di sinistra, in quanto centri sociali, cobas, indignados, rifondaroli. Seconda risposta: l’integralismo e l’intolleranza ideologica. Terza risposta: la predisposizione innata alla violenza squadristica. Quarta risposta: il disegno eversivo di una società statalizzata, irreggimentata, politicamente corrotta e al servizio di politici degni del socialismo reale.
Si tratta dunque di frange marginali, poco significative, cui concedere il pieno e scontato diritto di manifestare? Io credo piuttosto che la Costituzione sia al servizio di tutti, meno che dei violenti e dei nemici della democrazia. Costoro devono essere denunciati e fermati prima che possano nuocere agli altri.
Vogliamo trovare un nome per questi violenti? Ne propongo uno antico, efficace, riconoscibile, identitario, politicamente forse datato, però capace di spiegare tutto, di far rivivere le cupe memorie del passato e far capire quali esempi questi signori vogliano continuare a seguire: chiamiamoli comunisti.
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