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Il presidente della Camera, e leader di una corrente fantasma all’interno del Popolo della Libertà, è arrivato a un bivio.
Se quel che lo anima non è un puro desiderio di rivincita personale nei confronti di Berlusconi, oppure un astuto piano per logorare il partito che ha contribuito a fondare, in modo da mandarlo in frantumi, deve alzare il tiro e chiarire che tipo di uomo politico sia.
Quale strada prendere, tocca a lui deciderlo, ma una premessa è indispensabile: Fini deve comunque dimettersi da una carica – la presidenza della Camera – da cui non dovrebbe fare politica attiva: un presidente o rappresenta l’intero Parlamento, o si schiera e perde la caratteristica di super partes per cui è stato eletto.
Dunque, i Comitati gli suggeriscono queste due possibilità: dimettersi dalla presidenza e iniziare una battaglia liberale all’interno del Pdl. Ce ne sarebbe davvero bisogno, in una formazione politica (non sarà un caso se si è evitato di definirla “partito”) di tipo personalistico, gerarchico e populista. Fini nobiliterebbe il suo ruolo battendosi, come i Comitati chiedono da tempo, per la istituzione delle primarie nel Pdl, per la liberalizzazione degli accessi, per una democratizzazione interna delle cariche, battendosi per l’attuazione di quel programma di riforme autenticamente liberali che era alla base della nascita di un nuovo partito della Seconda Repubblica. Oppure dovrebbe prendere la testa di una nuova formazione politica, affrontando tutti i rischi e le incognite relative e prevedendo di dover affrontare, prima o dopo, il giudizio degli elettori.
Se Gianfranco Fini continuerà invece nella sua azione di logoramento e disturbo, dimostrerà purtroppo d’essere figlio di una vecchia idea della politica, partitocratrica, correntizia, chiusa nei suoi giochi di potere e nei suoi privilegi che governa dei sudditi e non dei cittadini in un clima sempre più da Basso Impero.
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La battaglia di Fini, per voi, è solo vecchia politica correntizia e partitocratica? Annamo bene...