Che cosa insegna il caso Minetti

In Italia sembra non ci sia molta chiarezza sulla differenza tra gestione di un’azienda e far politica.

In un’azienda la democrazia può esistere come confronto, concertazione, discussione, assemblea degli azionisti, consiglio d’amministrazione o altre modalità; ma sostanzialmente è necessario per il buon funzionamento dell’azienda che esista un unico responsabile, uno che decida cosa fare e come farlo, che possa guadagnare se la ditta funziona o perdere se la ditta non funziona, che possa scegliersi collaboratori che condividono la sua filosofia aziendale (e quindi licenziare chi non concorda con il suo modo di gestire l’azienda). In un’azienda la democrazia esiste solo in alcuni casi e campi ben limitati, per il resto c’è uno che decide e gli altri che eseguono.

In politica (ovviamente parlando di uno stato libero e democratico), invece, la democrazia è l’essenza e la base di tutta l’attività: le decisioni vengono prese da chi è stato delegato da un’assemblea che ha discusso progetto, programma e linea politica e che ha potere di decidere solo nei limiti di questa delega. L’eletto rappresenta gli interessi e le scelte di chi lo ha eletto.

Il “caso Minetti” è un esempio di questa commistione tra i diversi tipi di gestione. È stata eletta senza mai essere stata scelta dai cittadini. Era infatti inclusa nel famigerato “listino” previsto dalla legge regionale (che offre la possibilità ad alcuni di essere eletti in quanto collegati al nome del Governatore vincente senza essere votati). Una volta in carica, ad un certo momento è stata invitata perentoriamente a dimettersi dal segretario del Pdl Alfano “per dare l’esempio”: senza che fosse accusata di niente o senza che i cittadini che (dovrebbe) rappresentare abbiano detto nulla; semplicemente per una decisione del “capo”. Decisione inoppugnabile e assolutamente legittima in campo aziendale: se un dipendente non è in linea con le decisioni o le opinioni del responsabile è giusto che si dimetta o venga allontanato: è la volontà del responsabile che guida l’azienda.

Ma in politica (e soprattutto nel legislativo) questa visione va contro il concetto stesso di democrazia: l’eletto rappresenta esclusivamente gli interessi e le opinioni di chi gli ha dato il voto: deve poter decidere liberamente e autonomamente in base al proprio mandato e rispondere (in senso politico) dei propri atti solo ai propri elettori.

Diverso il caso dell’esecutivo: proprio perché esiste un primo ministro responsabile dell’esecuzione degli atti di governo, esso dovrebbe, ad esempio, avere la possibilità di scegliere ministri e sostituirli comportandosi come un capo azienda.

Lo stesso avviene, ovviamente, in tanti altri partiti italiani: un capo “carismatico”, più o meno autoproclamatosi tale, decide chi deve andare in parlamento, come deve comportarsi e a chi deve rispondere: possiamo prendere ad esempio l’Idv di Di Pietro o il nascente partito di Grillo.

Sempre più necessario appare quindi quanto affermato dai Comitati: occorre che i cittadini (e solo loro) possano scegliere chi mettere in lista, eleggere chi presenta il programma migliore e giudicarlo alla fine del mandato.

Con una legge elettorale maggioritaria a collegio uninominale, primarie obbligatorie e garantite e un semipresidenzialismo che permetta al primo ministro di governare effettivamente.

Angelo Gazzaniga

Portavoce dei Comitati per le Libertà

Sull'Autore

Angelo Gazzaniga

Presidente del Comitato Esecutivo di Libertates. Imprenditore nel campo della stampa e dell’editoria. Da sempre liberale, in lotta per la libertà e contro ogni totalitarismo e integralismo.

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