Berlusconi, anche se vince perde

Se anche Silvio Berlusconi vincesse le prossime elezioni politiche, le perderebbe.
Non è un paradosso. D’accordo, è altamente improbabile che a febbraio riesca a portare a casa anche solo una onorevole sconfitta. E se poi i capricciosi dèi della politica facessero improvvisamente girare il vento, e gli consentissero di vincere in tre o quattro regioni, il Cavaliere potrebbe aspirare a un pareggio, come massimo, al Senato. Con il bel risultato di rendere semi ingovernabile l’Italia, farle perdere due o tre anni, ancora nella palude delle non riforme, finché si arriverebbe alle seguenti e inevitabili elezioni anticipate.
D’accordo, potrebbe riuscirci a combinare tutto ciò, il Cavaliere. Ma questa sua potenziale vittoria equivarrebbe a una sconfitta. Anzitutto, perché finirebbe di consumare quel poco o tanto di credibilità personale che gli resta, e rovinerebbe un bilancio ventennale di battaglie politiche degne di passare, nel bene e nel male, alla storia.
Ma Berlusconi perderà in ogni caso, perché la pervicacia narcisistica dell’uomo solo al comando finirà per distruggere il partito da lui stesso fondato, il Popolo della Libertà, ormai definitivamente privo di una qualsiasi legittimazione dal basso. Rinunciare alle primarie, che avevano aperto per la prima volta uno spiraglio nelle mura di plastica del Pdl, ha rappresentato il superamento del punto di non ritorno. D’ora in poi non ci si potrà più illudere: il partito liberal-conservatore di massa, la formazione leggera all’americana, il sismografo delle inquietudini diffuse e dei bisogni reali, il polo federalista delle autonomie e delle responsabilità locali, la risposta liberale al verticismo ideologico della sinistra, la forza capace di attrarre a sé e valorizzare associazioni e movimenti della società civile, non abita laggiù. Né vi abiterà mai. Lo si era capito dopo l’abbandono del principio elettorale maggioritario, è ancor più chiaro adesso.
Prevarranno i fedelissimi, gli yes men e le amazzoni, usciranno di scena quelli che pensano di poter fare politica senza piegarsi. Per anni le forze nuove, che avrebbero potuto farsi largo nel Pdl attraverso le elezioni primarie, saranno emarginate o spinte a cercarsi un altro partito.
Berlusconi ha ora davanti a sé ciò che ha voluto e perseguito: uno scontro diretto con Bersani, fra le macerie del centro-destra. Cioè il vecchio che si ripete, il passato che riconquista la scena. E’ un Berlusconi che conosciamo: incapace di ascoltare, privo di autentica cultura politica, tutto istinto, pruderie e adrenalina, distruttivo e autodistruttivo, come quando fondò anni fa una Polisportiva capace di vincere gli scudetti in tutte le discipline, dal baseball all’hockey al rugby, salvo scioglierla appena gli passò la voglia e la convenienza, lasciando i suoi incolpevoli atleti con il sedere per terra.
Perché questo è Berlusconi: prendere o lasciare. Il bello è che, di fronte all’alternativa Bersani-Vendola, con la stampella parassitaria di Casini, probabilmente saremo costretti a prendere. Una volta muniti del consueto tappo al naso, è probabile che si finisca per votarlo. Potenza della disperazione.
Ma almeno, per favore, non vendeteci sogni di riforme, di liberalismo, di libertà. Non parlate di vittoria: è la nostra sconfitta.

Gaston Beuk

Sull'Autore

Gaston Beuk

Gaston Beuk è lo pseudonimo di un noto giornalista e scrittore dalmata. Si definisce liberale in economia, conservatore nei valori, riformista nel metodo, democratico nei rapporti fra cittadino e politica, federalista nella concezione dello Stato e libertario dal punto di vista dei diritti individuali.

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