Banche di credito cooperativo: la beffa della riforma

angelo
Dopo decenni arriva la riforma delle banche popolari: ma fatta la legge trovato l’inganno

Che la riforma delle banche italiane sia ormai inderogabile è acquisito: da decenni: stiamo aspettando una vera razionalizzazione del sistema. Dai tempi della famosa definizione di Carli (“foresta pietrificata”) degli anni ’60; dal passaggio alla forma azionaria (con la creazione delle Fondazioni, enti che hanno sprecato un capitale ingente in una gestione miope e clientelare); dalla grande crisi del 2011 (con il rifiuto dell’aiuto della Bce che sarebbe stato utilissimo, ma che significava controlli e verifiche quanto mai sgradite) la riforma è sempre stata vista non come un passo verso un sistema più efficiente, libero e moderno, ma come una medicina amara da allontanare ed edulcorare il più possibile.
Ne abbiamo in questi tempi due esempi, piccoli ma significativi: la nuova legge sulle BCC e la progettata fusione tra Banca Popolare di Milano e Banco Popolare.

In quest’ultimo caso uno degli scopi della fusione dovrebbe essere quello di rendere più agile, meno costosa e più trasparente la struttura di comando: altrimenti a cosa servirebbe fondere due banche che non brillano certo per capitalizzazione ed efficienza? Ebbene il progetto prevede che al posto dei due consigli di amministrazione nascano una spa capogruppo, una società che si occupa del retail (cioè delle agenzie) e una che continui a gestire la BPM garantendone l’autonomia (sarebbe meglio parlare di privilegi arcaici e clientelari…). Tre consigli di amministrazione, tre presidenti al posto di due… E questa la chiamiamo razionalizzazione?

Nel caso, ancor più eclatante, delle BCC, dopo una lunghissima trattativa si era giunti ad una specie di compromesso tra tutte le banche di credito cooperativo: creare un’unica società capogruppo ben capitalizzata permettendo anche l’aggregazione su base regionale. Ma all’ultimo minuto, anzi all’ultima notte, è spuntata un’altra possibilità: quelle banche che hanno una capitalizzazione superiore a 200 milioni possono rimanere da sole (e diventare spa) versando una quota del 20% del capitale. Tralasciando il fatto che si tratta di una cessione di beni teoricamente privati ma praticamente pubblici perché i capitali delle BCC provengono quasi completamente da esenzioni fiscali (cioè pagate da tutti i cittadini) non si può non vedere come si perpetui in questo modo la possibilità di non cambiare nulla: le BCC più grandi restano autonome, anzi con meno vincoli e controlli dato che divengono società per azioni, con tutti i loro problemi di intrallazzi con la politica locale, di affari poco chiari con gli amici degli amici…

Se si vuole davvero cambiar pagina anche nel campo delle banche occorre introdurre quei concetti di trasparenza, semplificazione, liberalizzazione dell’azionariato che da sempre auspica Libertates

Angelo Gazzaniga

Sull'Autore

Angelo Gazzaniga

Presidente del Comitato Esecutivo di Libertates. Imprenditore nel campo della stampa e dell’editoria. Da sempre liberale, in lotta per la libertà e contro ogni totalitarismo e integralismo.

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