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Comizi 2006: molto rumore per nulla
Scritto da Dino Cofrancesco   
Giovedì 06 Aprile 2006 11:37

A complicare le cose, puntualmente, sono scesi in campo gli intellettuali militanti, queste Cassandre (per fortuna) inascoltate, che ancora una volta, ci avvertono che "siamo di fronte a un appuntamento drammatico", che "oggi l’Italia è precipitata spaventosamente in basso quanto a rispetto delle leggi e della Costituzione, quanto a situazione economica e quanto a prestigio internazionale" che, col Polo tornato al governo, "il declino del nostro Paese sarebbe inarrestabile", che ormai sono in gioco le stesse "istituzioni democratiche".

L’appello di Umberto Eco non è stato firmato da quanti - e sono molti - si riconoscono in una ‘sinistra responsabile di governo’ ma ha contribuito a una drammatizzazione della competizione elettorale  di cui nessuno sentiva francamente il bisogno ove si eccettuino l’area antagonista e i borghesi della erre moscia che, proprietari di "grandi aziende fortemente indebitate", siedono "nei Consigli di amministrazione delle banche creditrici e ne decidono la politica creditizia", alla faccia  del ‘conflitto di interessi’.

No, non siamo sull’orlo dell’abisso e non saranno certo gli untorelli del Polo o dell’Unione a minacciare le istituzioni repubblicane all’indomani della vittoria elettorale. E’ un fatto, invece, che chiamati a illustrare i rispettivi programmi, i leader delle due coalizioni e i loro luogotenenti stiano dando uno spettacolo a dir poco deprimente. Entrambi, infatti, sparano cifre e statistiche talmente discordanti da far pensare che in Italia il disaccordo è insanabile non solo sulle valutazioni da dare ai fatti ma persino sui fatti stessi... Entrambi attribuiscono agli avversari la colpa delle condizioni in cui versano le finanze pubbliche e la responsabilità della stagnazione economica: "in cinque anni di governo non avete fatto niente"; "cinque anni non sono bastati per rimediare ai vostri danni...". Entrambi, al di là di formule generiche - meno statalismo, più libertà d’iniziativa alla società civile - glissano sulle cose che davvero contano: dove reperire i denari per calafatare la barca dello Stato, come ridurre il costo del lavoro, come assicurare una giustizia rapida e non ‘mite’, come assicurare ai giovani un lavoro non precario, come riformare le istituzioni scolastiche, come fronteggiare la concorrenza internazionale e la sfida della globalizzazione, quali impegni fare assumere al paese in politica estera.

Al solito, si promette un lauto pranzo, senza dire chi pagherà o, nel peggiore dei casi, lasciando intendere che pagheranno i ceti e le categorie che votano per gli avversari. C’è da meravigliarsi se cresce il numero degli indecisi e se tanti confessano candidamente  che daranno un "voto di simpatia"?

In realtà, i due candidati non potevano scegliere registri peggiori. Da un lato, Forza Italia agita gli spettri del qualunquismo e dell’anticomunismo: i professionisti della politica sono persone che nella vita non hanno mai combinato niente di buono e quelli di sinistra, al di là delle loro finte conversioni alla democrazia liberale, rimangono incalliti comunisti che, con le tasse,  vogliono togliere la roba ai ricchi per ridistribuirla tra le loro clientele elettorali e sindacali. Dall’altro lato l’Unione ripropone il catonismo politico, le profezie di un’Italia contaminata dal Cavaliere, la visione di un Parlamento asservito ai suoi loschi interessi privati, l’incubo di masse eterodirette che, come un branco di montoni impazziti, corrono verso l’abisso che li inghiottirà per sempre.

Suvvia, un po’ più di stile non guasterebbe. Anche ammettendo che Prodi sia una marionetta nelle mani di Fassino e di D’Alema come si può pensare che i due presunti burattinai diessini si siano formati politicamente nelle scuole-quadri della Bielorussia e non abbiano nulla da spartire con la famiglia degli Shroeder, dei Blair, degli Zapatero? E sull’altro versante come non vergognarsi a presentare l’oggettivamente fallimentare governo Berlusconi come il responsabile di tutti i nostri mali? Poiché sempre nella storia si verifica la legge di Marx per cui ciò che in un primo tempo si presenta come tragedia, in un secondo torna come farsa, non è mancato neppure chi contro il Cavaliere ha citato la frase di Giovanni Amendola. "Questa Italia non ci piace". Il filosofo ce l’aveva col ‘grande corruttore’ Giolitti e contro di lui esaltò le avanguardie giovanili, le forze del rinnovamento ideale, la positività della guerra. Finì che la guerra scoppiò per davvero e che una di quelle avanguardie gli fracassò la testa spedendolo nel mondo dei più. Quando si dice che bisogna diffidare dei moralisti-veri, come Amendola, o presunti, come i patetici ‘gobettiani’ odierni!



Dino Cofrancesco
Il Secolo XIX, 27/3/2006
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