La sua sortita ha però grossi difetti. In primo luogo l'abuso del plurale majestatis. Invece di scrivere "io spero", Mieli intona il solenne "noi speriamo". E' giusto domandargli: "Noi chi?". A nome di chi parla? Di tutta la redazione? Di tutta la proprietà? Degli inserzionisti? E' una grave caduta di stile.
In secondo luogo, sempre a nome del "nostro giornale" Mieli assegna voti di buona condotta a chi meglio crede: sia a sinistra (con molto strabismo: ricorda solo di chi gli pare), sia a destra (ma nomina solo chi gli piace). Ma quale patente ha Mieli Paolo per fare come Minosse, che "giudica e manda secondo che avvinghia" e spedisce all'inferno a capocchia? Non è un eccesso di supponenza? Infine una constatazione. A Mieli stanno bene tutti, da Bertinotti a Pannella e soprattutto Prodi, il cui elogio sfida il senso del ridicolo. Sinora infatti Prodi sta sulla punta aguzza dell'Unione solo perché ha evitato di affrontarne lo contraddizioni. A Mieli, dunque, stanno bene tutti meno Silvio Berlusconi.
E lì, come suol dirsi, casca l'asino. La domanda che gli va posta è molto semplice. E' serio, oggi, fingere che Forza Italia non esista? E' serio ritenere che, se mai Berlusconi decidesse di dedicarsi ai propri interessi personali lasciando la politica militante, Forza Italia non esisterebbe più? Dal 1994 Forza Italia è il pilastro portante della democrazia e delle libertà. Non è un'invenzione a tavolino. E' la somma di milioni di cittadini, di elettori, che vogliono scelte chiare e coraggiose, un governo che tuteli l'iniziativa, le libertà personali, la proprietà, i risparmi... .
Gli elettori di Forza Italia non dimenticano che un governo di centro-sinistra sfilò di tasca agl'italiani il 6/°° dei risparmi senza preavviso alcuno. Adesso gli elettori sanno che Prodi vuol papparsi il 20% (non per mille, per cento!) degl'interessi dei risparmiatori e guarda con l'acquolina in bocca alle proprietà private. Attenti dunque alla... mielassa, una brodaglia governata da un comitato d'affari. Una mielassa che emana borbottii e flatulenze, quali sono i discorsi di Prodi. Tutto questo va contro il bipolarismo, che rimane l'unico bene emerso dal grande male di Tangentopoli. Gli italiani chiedono programmi chiari. Per esempio, la Tav si fa o no? Se vince Prodi non si farà. E l'Italia scivolerà verso il Nord Africa. Lì è l'errore fondamentale del "ragionamento" di Mieli, che si chiude con la "speranza che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile". Questo accadrà solo se si riprenderà la strada dei grandi schieramenti unitari. Se si volterà le spalle alla sciagurata proporzionale, che fa segnare il passo alla storia.
Ricordiamo a Mieli che una proporzionale senza preferenze è un pastrocchio indigesto. Proprio per ridurne gli effetti, nel lontano 1919, quando si passò dai collegi uninominali al proporzionale, il saggio Giovanni Giolitti volle il panachage, cioè la possibilità di aggiungere ai nomi della lista votata un nome da una lista affine, amica: per evidenziare un'alleanza. In Piemonte funzionò. Fece capire che liberali e cattolici, uniti nella difesa dello Stato e delle autonomie locali, marciavano uniti contro i rivoluzionari della sinistra. Quella scelta rimane attuale. Salva dalla mielassa e dal disastro civile.
Aldo A. Mola, storico e saggista
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