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Una lettera ricevuta: il 150° leghista...
Lunedì 04 Aprile 2011 13:05

Lo scorso 17 marzo ricorreva il 150 esimo anniversario dell’Unità d’Italia e, che la cosa non interessasse a molti, era risaputo. Per carità: la ricorrenza è caduta di giovedì e la possibilità di sfruttare il “ponte” per una vacanzina inattesa ha creato un alone di consensi intorno all’avvenimento, ma non per gli inflessibili leghisti. Loro, da esemplari cittadini padani (non italiani, non sia mai detto!) hanno preferito per lo più disertare le manifestazioni ufficiali ed invitare i propri elettori con l’elegante proprietà di linguaggio che li contraddistingue:<<Andat’a laurà!>>.

Chiedo al popolo della Lega, anzi, ai Padani crudelmente costretti a calcare suolo italiano: ma non vi è mai venuto in mente che vi prendano per i fondelli? Lo chiedo perché non posso fare a meno di osservare quanto segue:

Come elettore, per esempio, mi domanderei: <<Perché mai proprio io, onesto cittadino padano crudelmente costretto a calcare il suolo italiano, io che sono Celtico, pensate, dovrei votare quel terrone di Roberto Cota? Datemi un buon motivo per farlo, diamine! Cosa facciamo? Ci prendiamo in giro? Prima dipingete i terroni come dei buoni a nulla, dei mariuoli, “Roma ladrona” e poi ci chiedete di votare come governatore del Piemonte niente meno che un nordafricano di Foggia! “Ma roba de matt!”>> (Riassumendo: un po’ come immaginare che Hitler assoldasse ebrei tra i dirigenti del Terzo Reich).

Come elettore, per esempio, sentirei il solletico della curiosità che mi spinge a scavare fino alle mie radici: <<Vediamo un po’ da dove viene questo “Va’ pensiero”, il magnifico inno che intono orgoglioso con la mano sul cuore? Altro che quella ridicola marcetta “Fratelliditalialitaliasedesta”… andiamo a vedere che cos’è questo “Va pensiero”! Ma cosa vedo? No, non è possibile! Nabucodonosor re di Babilonia che invade Gerusalemme? E dov’è questa Babilonia? Santo cielo! Arabi? Ma perché ci fanno cantare come inno l’aria di un’opera intitolata ad un antico re iracheno? Sarà mica per questo che gli arabi vengono tutti qui a toglierci il lavoro?>>

Come elettore che vota Lega, in quanto vittima di soprusi ed ingiustizie da parte del Governo centrale di Roma, farei autocritica: <<Se Umberto Bossi e compagni non cantano la squallida marcetta “Fratelliditalialitaliasedesta” e non partecipano alle celebrazioni per l’anniversario dell’Unità d’Italia, perché accettano un congruo stipendio dallo Stato italiano, corrisposto anche grazie alle tasse pagate da tanti sgradevoli terroni? Non sarebbe più coerente rifiutarlo sdegnosamente, così come sdegnosamente si rifiuta la noiosa marcetta, il pacchiano tricolore e le ridicole celebrazioni per l’Unità d’Italia? Non sarà mica che siccome tutto il mondo è paese, se Roma è ladrona, pure in Gallia Cisalpina qualche furfante ci sarà?>>

Cari elettori leghisti, una cosa malgrado tutto ci unisce e dobbiamo ammetterlo, che ci piaccia o no: siamo Italiani perché siamo uniti sotto un’unica bandiera, in questo preciso momento storico. Il vessillo che ci unisce - no, non inorridite – non è il tricolore, state tranquilli, e non è neppure la ruota del carro. Il vessillo che ci unisce raffigura una stupida faccia ottusa, un faccione largo incapace di porsi domande o forse stanco, stanco di scoprire che anche Milano è ladra esattamente come Roma, perché in Italia la politica è un business, una strada per arricchire. Chi riscalda le poltrone in Parlamento, come nelle amministrazioni locali, non lo fa in linea di massima per onorare la fiducia dei cittadini che si sono presi il disturbo di andare alle urne. Chi si accapiglia per ricevere un voto in più lo fa per il denaro, lo fa per il potere, non di certo per il nostro interesse. Un insigne terrone, Giuseppe Tomasi di Lampedusa (no, Borghezio, non si tratta di un refuso: intendevo proprio “Tomasi”, non Tommaso. È il cognome di uno scrittore che lei dovrebbe leggere) fotografava la realtà postunitaria, sostenendo che il cambiamento in atto ai tempi di Garibaldi fosse solo uno strumento perché tutto restasse uguale a prima. Ed aveva ragione allora, come avrebbe avuto ragione oggi. Infatti, ieri eravamo guidati da una monarchia, oggi lo siamo da una “Repubblica Oligarchica”, una strana chimera costituita da una manciata di privilegiati a cui non stiamo a cuore. Compatiamoli: come possono comprendere i nostri problemi di tutti i giorni? C’è crisi, la benzina ha un costo elevato, i nostri figli sono disoccupati, precari o traballanti, si fa fatica ad arrivare alla fine del mese; non abbiamo l’autista, noi! Gli uomini e le donne che abbiamo eletto come nostri rappresentanti, invece, restano beati nel loro Olimpo di vizi smisurati, a ricordarci quanto sia ancora attuale il “Giovin Signore” di pariniana memoria, tanto a sinistra, quanto a destra; tanto a Nord, quanto a Sud. La politica non dovrebbe rappresentare un modo per fare carriera, non dovrebbe essere un mestiere, non dovrebbe originare dinastie e non dovrebbe costituire un espediente per godere di privilegi vita natural durante, anche solo per aver calcato una tantum la scena. Per carità, non ho la presunzione di fornire una ricetta per sollevare dal declino la nostra splendida Nazione, ma sto solo sforzandomi di suggerire un’alternativa all’annegamento in questa sozza e maleodorante latrina.

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Commenti (2)
  • Giovanni  - Bellissimo
    Complimenti all'autore del testo. Uno spaccato ironico ma reale della nostra repubblica
  • Nino&andrea  - stupendo
    hai descritto in modo brillante e realistico la situazione politica italiana. Complimenti!
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