| San Tommaso e Gioacchino: ritmo ternario o quaternario? Maria, quarta “ipostasi” della verità |
| Scritto da Giuseppe Brescia |
| Mercoledì 24 Febbraio 2010 17:29 |
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Ficcando il viso a fondo, sulle opere di Gioacchino da Fiore, Expositio super Apocalypsim, cap. V e Concordia Veteris et Novi Testamenti, l. V, cap. LXXXIV (il “Vangelo Eterno”), testi che comprendono precisamente la dottrina delle tre epoche e la tesi “figurale”, restò fondamentale la critica di San Tommaso d’Aquino, nella Summa Teologica, II, 1 qu. 106, a. 4. Del resto, origini della sua “eresia” sono state ritrovate nella posizione montanista del II sec. D. Cr. (v. Tertulliano, De monogamia, IV ; e De virginibus velandis, I). Nella modernità, da parte quanto se ne sia detto di sopra, hanno tematizzato il problema Ernesto Buonaiuti, Gioacchino da Fiore: i tempi, la vita, il messaggio (Roma 1931);e, più di recente, Gianni Baget Bozzo, Modello trinitario e modello cristologico nella teologia della storia di Gioacchino da Fiore e Tommaso d’Aquino, in “Renovatio”, 9 (1974), pagg. 39-50: con invito al principio “speranza”, sostenuto da Ernst Bloch, Il principio Speranza, Frankfurt 1959. Ora, la critica tomistica al ritmo ternario delle età del mondo in Gioacchino si sostanzia nel capitolo o argomento: “ Se la nuova legge debba durare sino alla fine del mondo” (Utrum lex nova sit duratura usque ad finem mundi). Tommaso parte da San Paolo: “Come l’Apostolo insegna, ‘quando verrà ciò che è perfetto, ciò che è parzialmente finirà’. Ma la nuova legge è parzialmente; poiché l’Apostolo afferma: ‘Parzialmente conosciamo, e parzialmente profetiamo’. Dunque la nuova legge deve finire, col sopraggiungere di un nuovo stato”. Ci si riferisce, ovviamente, alla celebrata Epistola ai Corinzi, 13, 1-13, per ricapitolare la tesi delle tre età del mondo, del Padre, in cui gli uomini attendevano alla generazione; del Figlio, in cui predominano i chierici; e dello Spirito Santo, animata dagli “spirituali”. Ma, intanto, obiettava San Tommaso: “il vangelo di Cristo è stato già predicato in tutto il mondo; e tuttavia ancora non viene la fine. Perciò il Vangelo di Cristo non è il Vangelo del regno, ma deve venire un Vangelo dello Spirito Santo, come una nuova legge”. E “Rispondeva”: “Lo stato del mondo può mutare in due modi. Primo, col variare della legge: e in tal senso allo stato presente della nuova legge non seguirà nessun altro stato. Infatti questo stato seguì a quello dell’antica legge, come ciò che è perfetto segue a un dato imperfetto. Ora, nessuno stato della vita presente può essere più perfetto di quello della nuova legge. Poiché niente può essere più vicino all’ultimo fine, di quanto introduce direttamente a codesto fine”. “Secondo, - aggiungeva Tommaso – lo stato dell’umanità può variare per il diverso comportamento degli uomini verso una medesima legge, che essi possono osservare più o meno perfettamente. E in tal senso spesso subì mutazioni lo stato dell’antica legge: poiché in certi periodi le leggi erano ottimamente osservate, e in altri erano del tutto trascurate… Ma non si deve attendere uno stato futuro, in cui si potrà avere la grazia dello Spirito Santo più perfettamente di quanto è avvenuto finora, soprattutto rispetto agli Apostoli, i quali ricevettero ‘le primizie dello Spirito Santo’, e cioè, come spiega la Glossa, ‘prima degli altri, e più in abbondanza’”. Sicché, per la “soluzione delle difficoltà”, Tommaso ricapitola: “Come spiega Dionigi, tre sono gli stati dell’umanità: il primo è quello dell’antica legge; il secondo quello della legge nuova; e il terzo che ha da venire, non in questa vita, ma nella patria beata. Ora, come il primo è figurale e imperfetto in rapporto allo stato evangelico, così quest’ultimo è figurale e imperfetto in rapporto allo stato della patria; alla venuta del quale lo stato presente finirà, come dice appunto l’Apostolo: ‘Adesso noi vediamo mediante uno specchio in enigma, allora vedremo invece faccia a faccia’ “. Quindi, la fonte paolina detta la traccia della soluzione (“videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem”). E la detta sino in fondo. Fino al punto da scoprire una ermeneutica della intensità del tempo, o della implicazione delle tre età del mondo, che sembra prefigurare la filosofia della temporalità più moderna e contemporanea (cfr.il mio Il tempo e le forme, Salentina 1981 e Tempo e Libertà, Manduria 1984 ). Così, aggiungeva Tommaso, che: “Inoltre lo Spirito Santo ha insegnato agli Apostoli tutte le verità necessarie alla salvezza: cioè tutte le cose da credere e da praticare. Invece non li ammaestrò sugli eventi futuri; poiché, come dice in Scrittura, questo non rientrava nei loro compiti: ‘Non sta a Voi di sapere i tempi e i momenti, che il Padre ha serbato in suo potere’. L’antica legge non era soltanto del Padre, ma anche del Figlio: poiché l’antica legge prefigurava il Cristo. Infatti il Signore afferma nel Vangelo: ‘Se aveste creduto a Mosè, avreste creduto anche a me; poiché egli ha scritto di me’. Così pure la nuova legge non è soltanto di Cristo, ma anche dello Spirito santo, secondo l’espressione paolina: ‘La legge dello spirito di vita in Cristo Gesù, ecc.’. Perciò non si deve attendere un’altra legge dello Spirito Santo” (Summa Teologica, II, 1^ qu. 106, articolo 4, Edizioni Dehoniane, Bologna 1958, pagg. 32 e segg.). In altri termini: il potere della profezia non consiste in una disegnata terza età degli “spirituali”, ma solo nella determinazione divina affidata alla parola degli Apostoli, e segnatamente di san Paolo; e .d’altra parte, le vagheggiate ed utopiche tre età non si possono tagliare a comparti o resecare intellettualisticamente, dal momento che è operante pur sempre una forma di immanenza o implicazione intensiva dei tre momenti. Tra l’altro, ad una lettura integrale del testo gioachimita, non mancava almeno un cenno alla dimensione di “reciprocità” o implicazione delle tre età del mondo all’interno della sua lettura dell’ Apocalisse: “Di conseguenza, come il Padre non sta senza il Figlio né il Figlio senza il Padre, così nessuno può concordare il Vecchio Testamento senza il Nuovo, né il Nuovo senza il Vecchio, e tuttavia il Nuovo Testamento è sorto dal Vecchio, come il Figlio dal Padre” (“Enchiridion”, ovvero Sull’Apocalisse, UE, Milano 2008, pagg. 224-225). Indubbiamente, però, è anche vero che il senso generale della teologia della storia gioachimita rimane quello criticato da San Tommaso, ossia il dileguare della storia nell’era tutta “spirituale”. Ma questo giro di considerazioni ci riporta al nostro precipuo problema: è il pur sacro ritmo ternario a scandire la filosofia della storia; o può essere avvalorato l’altrettanto ieratico e insieme laico principio “quaternario” ? l’altra forma della implicazione- intensificazione dei momenti dello spirito umano?. Qui andiamo, per così dire, oltre, la “querelle” Gioacchino – Tommaso, per recuperare quanto sul piano delle modalità del pensare storico lo stesso San Tommaso ama anticipare. Qui l’ ermeneutica diventa, come insegnava Gadamer in Verità e metodo, “colpo d’audacia”. Elaborava, infatti, Tommaso, la tesi delle “cinque vie” per la dimostrazione dell’esistenza di Dio. Però, ermeneuticamente, tali vie si potrebbero ridurre a quattro: analisi del divenire dell’universo sensibile fino a Dio , come “motore immobile” (prima via); “causa efficiente incausata” (seconda via); “essere necessario perfettissimo” (terza e quarta via, associate insieme); supremo “ordinatore dell’universo” (la quinta). (cfr. il mio trattato Teoria della tetrade, Guglielmi, Andria 2002, pagg. 66-67). Inoltre, Tommaso si contrapponeva alla tesi di Averroè , condivisa da Sigeri di Brabante, onde esisterebbe una sola specie di intelletto, agente e possibile, per la specie umana (De unitate intellectus contra averroistas, nel 1270), sostenendo la duplice funzione della facoltà intellettiva, quella astrattiva, che denominò dell’ intellectus agens, e quella conoscitiva-universale-concettuale, che denominò propria dell’ intellectus possibilis. Analoga bipartizione ravvisava nella scienza morale: legge naturale e legge divina la sorreggono, infatti, una come “partecipazione della legge eterna nella creatura razionale”; l’altra come coronamento della aspirazione umana alla beatitudine soprannaturale, onde – precisa Tommaso - “la grazia non toglie la natura ma la perfeziona”. Così, con questo ritmo teoretico più “dolce” e umanisticamente “temperato” (senza intaccare la verità dogmatica di altro tipo, quella “trinitaria”), Tommaso precorreva da lunge la teoria delle quattro forme spirituali (due teoretiche, due pratiche, diversamente modulate nella filosofia dello spirito di Benedetto Croce, nella piena modernità). Ma in sede di ermeneutica religiosa ? Dopo aver visitato i presocratici, Empedocle, le quattro virtù platoniche ed evangeliche, l’autonomia dei distinti nella Repubblica di Platone, la Fisica e la Metafisica aristoteliche, l’eredità delle cose divine in Filone alessandrino, i quattro momenti in Pico della Mirandola, gli svolgimenti della teoria del tempo da Vico a Kant, Schopenhauer e Kierkegaard, quadratura e tetrade in Martin Heidegger, le quattro forme archetipali in Jung, o nella teoria del gioco di Caillois o nel DNA in episteme, avevo focalizzato l’importanza della Sofia come “quarta ipostasi” della verità nel pensiero del mistico, matematico ed estetologo russo Pavel Florenskj (1882-1937). Dove la Sofia è la Chiesa, è la Verginità, è Maria: Vergine graziosa, ripiena di grazia” (Luca, 1,28: La colonna e il fondamento della verità, ed. it, Rusconi, Milano 1988, pag. 417; Teoria della Tetrade, cit., pagg. 147 e segg.). Ora, appunto, è Maria il “tetramorfo”, meglio il “quaternarium” nella vita spirituale e religiosa, all’interno dell’esperienza del Cristianesimo: Così, nella esegesi della storia delle idee e della storia dell’arte, il quarto momento che corona l’esperienza spirituale è assicurato dalla pietas, dalla mediazione mariana, momento ineludibile affinché la legge che deve durare fino alla fine del mondo non soffochi nelle spire del male le sorti dell’umanità. Allora, per tornare all’inizio del cammino, Karol Woytila, nel denunziare momenti storici della Chiesa “peccatrice santa”, all’interno della nota Lettera Apostolica Tertio millennio adveniente, pensata per l’anno giubilare del 2000, si appellava alla Vergine per assistenza e protezione: sì che la Chiesa “sancta picatrix” si riscoprisse immacolata e verginale; e l’Apocalisse, disvelamento del destino umano, fosse ricondotta al significato simbolico di presa di coscienza, vigilanza morale, eterno balzo dell’anima. |

