| Maggioritario all’italiana. Libertà e stabilità di governo |
| Scritto da Aldo A. Mola |
| Giovedì 25 Giugno 2009 01:47 |
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Sono ore importanti per confermare che la sovranità spetta ai cittadini. Qualunque sia l’esito del referendum sulla legge elettorale, i problemi posti dai suoi fautori andranno affrontati dal Parlamento, che è sovrano proprio perché eletto. Dopo l’età del partito unico (1929-1946), i costituenti identificarono la democrazia con il riparto dei seggi in proporzione ai consensi. Malgrado ciò, appena possibile, alle elezioni del 18 aprile 1948, gli italiani puntarono diritti a introdurre il maggioritario con il loro libero voto. Il 48,5% scelse la Democrazia cristiana; il 31% optò per il Fronte popolare (socialisti, comunisti e una pattuglia di ex azionisti). Il segretario della DC, Alcide De Gasperi, proporzionalista convinto, varò un governo di coalizione con socialdemocratici, liberali e repubblicani. Non per virtù ma perché comunque al Senato la DC non aveva la maggioranza per via della nomina di un centinaio di “senatori di diritto”, solo in piccola parte democristiani. In tal modo nacque il “bipartitismo imperfetto”, come il politologo Giorgio Galli definì il sistema italiano postbellico, un “maggioritario all’italiana”, che lasciò subito intravvedere lo spettro mortale dell’instabilità del governo. Perciò proprio De Gasperi e i suoi alleati centristi nel 1953 vararono la “legge Scelba”che conferiva un robusto premio di maggioranza alla coalizione che avesse ottenuto il 50% più uno dei voti. Bollata come “legge truffa” (in realtà era necessaria). Nel 1953 essa non passò per soli 250.000 voti. Iniziò l’agonia del centrismo, che portò con sé quella della Repubblica: una sequenza di crisi e di formule variopinte, dai monocolori ai governi balneari e via logorando. La crisi investì anche il Quirinale. Due presidenti (Segni e Leone) lasciarono anzitempo; Cossiga si dimise per chiedere ai partiti di affrontare la crisi della rappresentatività. Invano. La spinta verso il maggioritario nondimeno crebbe: sia con la nascita del bipolarismo sia con la nuova legge per l’elezione di sindaci, presidenti di provincia e regioni, che si risolve nella scelta di una persona. Il mandato è talmente forte che in caso di sua “scomparsa” si torna alle urne. E’ il maggioritario che guadagna terreno. Alla fine dei ballottaggi in corso in queste ore chi avrà ottenuto un voto più dell’avversario rimarrà in carica per cinque anni. Va ricordato anche agli “assentisti”. Si autoescludono dal diritto di critica. L’Italia è dunque matura per il bipartitismo? Già e non ancora. Lo è perché esso risponde al diffuso sentire dei cittadini; non lo è per la mancanza di una legge elettorale politica che liberi il capo del governo dalle pastoie di chi pretende di vincolare il 94-95% dei cittadini con il suo 5-6%. L’elenco delle grandi riforme urgenti in Italia è ricordato dal saggista Dario Fertilio in Maledetta proporzionale. I chi, come e perché della democrazia maggioritaria (Albatros. Comitati della Libertà), da adottare nelle scuole: abolizione delle costose regioni a statuto speciale, adeguamento delle province, varo di macroregioni, accorpamento dei microcomuni al di sotto di una soglia minima di abitanti (mille?). Alla razionalizzazione del proprio sistema gli italiani debbono provvedere senza illudersi che se ne occupi l’Unione Europea, scarsamente legittimata dalla massiccia diserzione delle urne, litigiosa e impotente in politica estera, militare ed economica. La legge elettorale in vigore tra il 1848 e il 1919 (collegi uninominali con ballottaggio) formò la classe dirigente nazionale senza bisogno di partiti-chiese come quelli postbellici. Sui quale va detto ciò che tutti sanno: essi, dice la Costituzione, concorrono alla vita democratica. Ma debbono dare anzitutto prova di democraticità interna. I fatti ci dicono che sono lontani dal farlo. Di lì il preoccupante pericolo d’implosione del sistema e, al tempo stesso, l’urgenza di annodare partecipazione politica, libertà di scelta (mentre oggi si votano candidati preselezionati, come ai tempi del Gran Consiglio del Fascismo) e stabilità di governo. La partita è dura, ma va affrontata. Comunque, meglio un “maggioritario all’italiana” che la palude della Prima Repubblica. |

