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Per il Tibet, per la libertà
Scritto da Toni Brandi   
Mercoledì 23 Aprile 2008 13:15

Arrivati a Delhi verso mezzanotte ore locale, la polizia di frontiera ci ferma, requisisce i nostri passaporti, perquisisce i nostri bagagli e ci trattiene fino alle 2,30, circa, quando ci rilascia, senza nessuna spiegazione, rifiutando anche di comunicare i propri nomi. Credo che il rilascio sia anche dovuto all'intervento della gentilissima dottoressa Cicconi dell'Ambasciata Italiana. Tre poliziotti ci scortano all'uscita ed entrano (non invitati..) nel nostro taxi fino all'albergo "per garantire la nostra sicurezza". Impeditoci inizialmente di fare passeggiata, dopo proteste, ci permettono di uscire, sempre sotto la loro scorta. Dopo poche ore di sonno, fatta colazione, intendiamo uscire. La polizia è ancora presente e ci impedisce di lasciare l'albergo senza la loro "compagnia". Per un paio di volte entriamo in un taxi e loro, forzatamente, entrano....e noi usciamo. Contatto di nuovo l'Ambasciata, nella persona del Console, dottor Agnis, che si mostra gentilissimo e promette d'interessarsi della cosa. Ho saputo, successivamente, che ha fatto tutto ciò che era in suo potere con le autorità indiane. Verso le 11,30 la polizia, sempre in borghese, ci arresta senza motivazione.

Un poliziotto mi torce il polso per prendermi il cellulare, un altro spinge la mia testa in basso ed ambedue mi costringono ad entrare in macchina. Altri quattro prendono con forza la mia amica, che cade per terra, e, con violenza la spingono in macchina. Ci portano all'ufficio centrale della "Special Cell" ossia l'unità che si occupa dell'antiterrorismo e dei crimini contro la sicurezza dello stato. Requisiscono i cellulari e le camere e ci rifiutano il permesso di parlare con il console italiano, l'avvocato e con il responsabile dello stesso ufficio. Anche questi poliziotti rifiutano di dare i loro nomi. Dopo sei ore ci hanno rilasciato. Erano le 18,00, circa.

Ringrazio il Console Italiano ed il suo personale. Non ho grandi rimostranze contro la polizia indiana che, esclusa la violenza gratuita al momento dell'arresto e la detenzione, che considero illegale, si è comportata gentilmente e ha svolto il proprio triste lavoro. Sono molto preoccupato riguardo alla forza che oggi ha la Cina di determinare le azioni degli altri governi, come quello indiano, e le azioni delle istituzioni internazionali come le Nazioni Unite. Trovo gravissimo che, a causa di interessi finanziari internazionali, che, ricordiamolo, sono sempre a scapito di molti per il vantaggio di pochi, e con la complicità dei grandi media, oggi si taccia sul pericolo che la minaccia militare, economica e politica cinese rappresenta per la pace, presente e futura, nel mondo.

Siamo successivamente andati nella zona dove era appena finita la manifestazione pacifica di protesta dei Tibetani. Abbiamo saputo che Delhi era blindata da ventimila poliziotti e che più di cento persone erano state arrestate. La Torcia Tibetana ha marciato, con cinquemila indiani e tibetani, per quattro chilometri e, oggi, 18.4, riparte la "marcia di ritorno a casa". Devo sottolineare che questa è gente pacifica che canta, prega e sventola le proprie bandiere e che, a causa di questi "crimini" è oggi perseguitata.

Ho avuto l'onore di conoscere Tenzin Choeying, il presidente di "Students for Free Tibet", Chime Yungdrung, presidente del National Democratic Party of Tibet e due deputati del parlamento Tibetano : Tseten Norbu e Dorjee Wangdi Dewatshang. Mi raccontano le loro storie e le loro aspirazioni. Gli spiego che molti in occidente sono in anima, spirito e corpo con loro.

Credo che il mondo debba essere molto riconoscente ai martiri Tibetani e non solo per la giusta causa del Tibet ma perché è grazie a questi martiri che i crimini comunisti cinesi appaiono di nuovo sulle pagine dei nostri giornali e l'ipocrisia delle Nazioni Unite e delle istituzioni sportive, politiche e finanziarie internazionali diventa sempre più palese. E' solo grazie a loro che molti, di diverse opinioni politiche, si riuniscono in questa giusta grande battaglia. Infatti, oggi, sempre più gente si rende conto di quanto aveva ragione Ortega Y Gasset nel dire che "il modo migliore di dichiararsi di essere un imbecille è quello di dichiararsi di essere di destra o di sinistra".

Un giovane ragazzo, Tenzin, mi racconta come è stato picchiato ed arrestato sia in Nepal che in India. Nel parlare con questi profughi tibetani, la mia mente corre alla Lituania. Nonostante cinquant'anni di oppressione comunista sovietica, di persecuzioni, con centinaia di migliaia di lituani spariti nell'inferno dei gulag e nonostante il tradimento dell'occidente, la Lituania vive oggi in libertà, parla la propria lingua e sventola le proprie bandiere. Ascoltando le storie dei patrioti morti per il Tibet, ricordo anche una scritta che lessi sui blocchi di cemento che difendevano il parlamento lituano dai carri sovietici, nell'agosto del 1991. Vi era scritto "Zusim Kad Gyventume" ossia "noi muoriamo affinché il nostro popolo possa vivere". Questo è lo stesso ed il vero messaggio dei martiri Tibetani di oggi.

Non dimentichiamo questi martiri! Ricordiamoci che la lotta per la libertà e per l'auto determinazione del popolo Tibetano è la stessa lotta per la libertà dei Cristiani nel Darfur, dei Karen e dei monaci in Myanmar, dei contadini e dei migranti cinesi e di tutti quelle genti del mondo che rifiutano di essere omologate come semplici "statistiche" o semplici "consumatori" alla mercè del "mercato globale" ma che vogliono, invece, essere veri e propri popoli orgogliosi delle loro delle loro tradizioni, delle loro religioni e della propria identità.

Sono convinto che il male non può trionfare, ma perché ciò avvenga è necessario che tutti gli uomini e donne di buona volontà si sveglino ed agiscano. La battaglia per la libertà in Tibet è anche la nostra battaglia.

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