| La scomparsa della sinistra |
| Scritto da Gaston Beuk |
| Mercoledì 16 Aprile 2008 02:09 |
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Tuttavia, all’interno della grande svolta che ci ha liberati in un colpo da Bertinotti & Company, c’è anche dell’altro: e noi osiamo dire che si è trattato da parte degli elettori anche di una scelta di moralità economico-politica. Come definire diversamente il verdetto inappellabile di bocciatura che gli elettori giovani, per primi, hanno decretato nei confronti degli acchiappavoti neo-comunisti, ecologisti, femministi, newgobal eccetera, concordi nel denunciare il "precariato" come una vergogna, una tara, un male nazionale? Perché il cinismo amorale di questa campagna di criminalizzazione della legge Biagi ha toccato, con la demonizzazione del "precario", le sue vette più aberranti. Hanno taciuto, questi strateghi e i loro conformistici propagandisti, sul fatto che il precariato è quasi sempre l’unica alternativa possibile alla disoccupazione, soprattutto giovanile. Hanno taciuto sul fatto che i più preoccupati per la presenza dei precari nelle aziende erano in realtà i lavoratori garantiti, iscritti e protetti dai sindacati, sdraiati in molti casi sull’idea del posto di lavoro assicurato per la vita. Hanno taciuto anche sul fatto che, se si volesse trasformare per legge un precario in un lavoratore a posto fisso, bisognerebbe prelevare le risorse ai danni di qualcun altro, e questi sarebbe fatalmente il lavoratore autonomo che rischia di persona, il non garantito dallo Stato. Tutto ciò significa che il precariato è una situazione sana e invidiabile? Non abbiamo bisogno che ce lo ricordi la Chiesa per saperlo: l’incertezza sul futuro, alla lunga, brucia le energie e toglie il piacere di lottare per dare un senso duraturo alla propria vita. Ma quando un posto provvisorio è invece l’occasione per fare un’esperienza, imparare un mestiere, aiutare il menage di una famiglia, e magari praticare l’arte preziosa dell’umiltà, allora può diventare per chiunque una scelta altamente morale. E chi ha giocato sulla pelle dei giovani, disprezzando il precario nel nome di una finta ideologia di classe, ebbene: ha mentito. E, poiché c’è un giudice a Berlino, alla fine ha pagato. |

A prima vista, uno dei risultati più sorprendenti delle elezioni generali, svoltesi il 13 e 14 aprile, è la scomparsa della sinistra radicale, logica conseguenza di una semplificazione del sistema politico nel suo complesso. Ed effettivamente la svolta è epocale: un passo forse decisivo verso quel sistema fondato su due partiti alternativi (ma uniti nell’adesione ai valori fondamentali dello Stato) che hanno reso grande la democrazia americana. Si potrebbe continuare, osservando inoltre che la scomparsa della sinistra comunista (come quella della destra fascista) appaia un atto di giustizia, sia pure tardivo, reso dagli elettori italiani alle vittime storiche dei due grandi totalitarismi novecenteschi, nazi-fascismo e comunismo. 