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L’onda dell’antipolitica avanza di ora in ora. C’è l’impressione, sempre più diffusa tra i cittadini, che niente sia possibile per cambiare davvero questo nostro Paese, destinato a vivacchiare senza riuscire a trovare soluzioni adeguate. A rappresentare la protesta c’è Beppe Grillo, che da Internet è riuscito a coagulare la protesta portandola in piazza e mostrando, ai politici, che il malcontento sta premendo sempre di più contro le porte del Palazzo. Ma non c’è solo Grillo a occuparsi dei problemi del Paese. Ci sono anche moltissimi italiani che credono - e sperano - che il cambiamento sia possibile, attraverso la politica e le riforme. I Comitati per le Libertà sono profondamente convinti che la scossa possano darla proprio i cittadini. Lo strumento? Il referendum. Perché un sistema politico più snello e funzionale non è un’utopia ma un obiettivo possibile. Anche per l’Italia. I Comitati per le Libertà ci credono da sempre. Dopo aver aderito alla campagna referendaria continuano, anche oggi, nel loro impegno volto a far conoscere i vantaggi di un sistema politico "semplificato". Ne hanno parlato, in una tavola rotonda che si è svolta a Milano il 25 settembre, con Angelo Panebianco, Mario Segni, Sergio Romano, Giovanni Guzzetta e l’imprenditore Mario Carraro. Panebianco: "Il sistema tedesco darebbe la botta definitiva al bipolarismo" Per risolvere i problemi non sarebbe facile prendere un sistema che funziona bene e importarlo nel nostro Paese? "Non è affatto vero - spiega il professor Angelo Panebianco - che prendere una singola istituzione e importarla produca lo stesso effetto in termini politici. Ad esempio se importassimo il sistema elettorale tedesco daremmo la botta definitiva al bipolarismo. Non è vero, tra l’altro, che con quel sistema avremmo meno partiti. La conseguenza più immediata è che si verrebbe a creare un grosso partito di centro, del 10% circa, in grado di vivere di rendita di posizione, spostandosi da una parte all’altra a seconda della convenienza". Ma da solo un sistema elettorale può servire a produrre il cambiamento? "Decisamente no - spiega Panebianco -. L’unica arma di cui si dispone è il referendum. L’idea che il parlamento crei una nuova bicamerale ormai non è più credibile". Immaginiamo di essere già in campagna elettorale. Cosa direbbero i fautori del no al sistema maggioritario? Semplice, uno degli argomenti sarebbe questo: non serve perché crea solo aggregazioni fittizie tra partiti. "Ma se davvero così fosse - si domanda Panebianco - allora perché i partiti minori, quelli oggi abituati a far pesare la loro influenza, non sarebbero così fortemente contrari". Sergio Romano: "L’unica arma per sparigliare il gioco" "Ho affrontato il tema referendum sempre con una certa diffidenza - dice l’editorialista del Corriere della sera -. Le leggi elettorali migliori sono quelle che rispondono alle esigenze di un Paese in un dato momento storico. Non ce ne sono di perfette a prescindere. Proprio per questo non sono mai stato del tutto convinto che tutto dipendesse dalla legge elettorale". A questo scetticismo c’è da aggiungere che il referendum ha conosciuto una profonda crisi negli ultimi venti anni, "ha perso il suo significato - argomenta Romano -, quello in cui la partecipazione è semplice e il risultato non è ambiguo. Spesso, invece, i risultati sono ambigui e si prestano a interpretazioni di comodo". Mai come in questo caso, però, c’è da prendere atto che la legge elettorale è "ad personas", cioè si tratta di una legge che conviene a tanti. Il contrario delle cosiddette leggi "ad personam". E siccome "il parlamento non modificherà la legge - spiega Romano - il referendum, nonostante tutto, è una buona cosa. "Se ci resta solo quest’arma per sparigliare il gioco, allora sparigliamo!". Guzzetta: "Basta con tutti questi partiti" "Per la campagna referendaria stampammo dei manifesti sui quali, per invogliare i cittadini a firmare, c’era scritto: ‘Mai più 22 partiti’. Dopo poche settimane i partiti erano già diventati 26". Con queste parole il professor Giovanni Guzzetta spiega la ragione che sta alla base del referendum elettorale: semplificare la politica. "Non è una battaglia tecnico costituzionale ma culturale - spiega il docente che ha ideato il quesito da sottoporre agli italiani per reintrodurre il sistema maggioritario. C’è in giro l’opinione che l’Italia sia condannata a un destino immodificabile, ma la realtà è diversa. La battaglia del 1993 - spiega Guzzetta - è l’unico evento politico istituzionale di riforma in 50 anni di storia. Ha prodotto un risultato enorme: il sistema politico non è più bloccato ma bipolare. Ora si tratta di riprendere quella battaglia eliminando la frammentazione politica". Un obiettivo considerato auspicabile dall’80% dei cittadini-elettori. Il sistema elettorale che verrebbe fuori attraverso il referendum "non sarebbe perfetto, ma di certo migliore di quello attuale". Sul sistema tedesco, da talune forze politiche considerato vero e proprio "toccasana", Guzzetta ha molte perplessità: "Un sistema simile toglie ai cittadini il potere di scegliere la maggioranza". Ed è difficile dargli torto, se consideriamo che l’attuale governo tedesco non è stato scelto direttamente dagli elettori ma è il frutto di un accordo fra partiti maturato dopo le votazioni e sfociato nella "Grossa coalizione". Mario Segni: "Metteremo in moto un cambiamento di vasta portata" Lo storico leader dei referendum elettorali, Mario Segni, sottolinea alcuni dati di fatto difficilmente contestabili: "Vi sono alcuni elementi, in questo strano Paese, in grado di stupirci. Un grande desiderio di cambiamento rappresentato da due avvenimenti: il gran finale della campagna di raccolta delle firme per il referendum e l’esplosione del fenomeno Grillo. Ammettiamo pure - sottolinea Segni - che vi sia una buona dose di qualunquismo, ma c’è anche un sincero e profondo desiderio di cambiamento". E mai come in questo caso, con il referendum elettorale, c’è l’occasione per cambiare il Paese. "Se si mette in moto la spinta referendaria - spiega Segni -, ossia se si fa e poi si vince il referendum, si mette in moto un cambiamento di enorme portata. L’elezione diretta del sindaco, una delle più grosse novità nella politica italiana, non fu immediata ma ci si arrivò, con una riforma del parlamento, sulla spinta del referendum. Mario Carraro: "Diamoci da fare per rilanciare il Paese" Le riforme istituzionali non interessano solo i politici e i professori di diritto. Avere un sistema che funziona e governa bene è positivo per tutti. Imprenditori compresi, ovviamente. Mario Carraro, industriale veneto, è uno di questi. "E’ urgente che il nostro Paese si dia una mossa. Vi porto un esempio. Il mio gruppo in dieci anni ha fatto registrare una crescita importante, ma in termini di forza lavoro la metà dei lavoratori è all’estero. Ora, se questa oggi è una scelta obbligata per le imprese, viene spontaneo chiedersi - e io stesso lo chiedo ai miei dirigenti - come immaginare il nostro futuro nei prossimi 10 o 20 anni". Ovviamente l’esempio economico è un sintomo di un Paese che ha bisogno di riforme strutturali, economiche ma non solo, per guardare avanti con fiducia. "Mi dite che c’è bisogno del referendum, a me sta bene, raccolgo la sfida. Ma per favore, facciamo subito qualcosa per il Paese. Non lasciamo che sia Grillo a darci la scossa".
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