angelo
Roma è tornata, a suo (e anche nostro) malgrado, ad essere coinvolta da uno scandalo.
Questa volta è l’ATAC, l’Azienda dei trasporti capitolina, ad essere nell’occhio del ciclone: venivano stampate addirittura intere serie di biglietti con la stessa numerazione di biglietti regolari (che poi venivano venduti senza alcun controllo né elettronico né manuale) per creare fondi in nero: si parla di circa 70 milioni (cioè 140 miliardi di vecchie lire) l’anno: soldi che venivano utilizzati per le “esigenze personali” di alcuni e per finanziare partiti o correnti in maniera illegale.
È questa una pratica che perdura da almeno un decennio nonostante i cambiamenti di sindaco, colore politico di giunte ecc ecc.
Quali conseguenze? Possiamo facilmente prevederle:

  • l’ATAC è praticamente in dissesto (1 miliardo di debiti, gestione passiva per circa 150 milioni ogni anno, nessun capitale di riserva)
  • il Comune di Roma ha chiesto un finanziamento allo Stato di 850 milioni per evitare il fallimento: quindi nessun aiuto da quella parte
  • la Regione Lazio ha un debito di circa 10 miliardi nel campo sanitario e non sa come rientrare..
  • dato che un’azienda del genere è “too big to fail” e non si può lasciare i romani senza trasporti locali dovrà in qualche modo essere lo Stato (cioè noi cittadini) a ripianare questo buco senza fondo
  • una volta ripianato il buco tutto continuerà come prima: sprechi, inefficienza, assunzioni di amici, parenti , amanti, gestione allegra (se non criminale) dei bilanci…

è una situazione che coinvolge la gran parte delle aziende municipalizzate e che ci dimostra ancora una volta come il vero buco nero del debito italiano siano gli enti locali.

Ma proprio in questo campo (quello delle aziende municipali dei trasporti) non è vero che si debba rimanere passivi di fronte alla situazione: basterebbe applicare le leggi esistenti.

Dieci anni fa la (tanto criticata) UE fece una legge che chiedeva di mettere a gara i contratti di trasporto pubblico locale: un provvedimento che introduceva anche in questo settore il libero mercato, la concorrenza e la trasparenza.
Gli enti locali avrebbero dovuto fare semplicemente il loro dovere: un bando di gara, mettere dei paletti a difesa dell’interesse pubblico, controllare che il vincitore applicasse le regole previste dal bando pena multe o addirittura l’interruzione del contratto, indire una gara e controllare la qualità del servizio.

Una manna per comuni in perenne dissesto finanziario e incapaci di gestire un qualsivoglia servizio.
Ma c’era una controindicazione: si perdeva il controllo su una fonte sicura di prebende, assunzioni clientelari, affari per lo meno poco chiari…

Infatti l’anno successivo il Governo in carica (il secondo del “liberale” Berlusconi) fece una tipica leggina all’italiana: la gare “provvisoriamente” potevano essere rinviate e si potevano anche fare con un solo concorrente (cioè con bandi ad hoc per la propria municipalizzata): anche i pochi Comuni intenzionati a mettere a gara i servizi vi rinunciarono con grande soddisfazione di tutti, tranne ovviamente i cittadini e gli utenti (che sono poi gli stessi).
Risultato: il dilagare del disservizio, dei debiti e, come vediamo a Roma, di episodi truffaldini.

Adesso il sindaco Marino dichiara che sarà rispettoso dei risultati dell’inchiesta (ci mancherebbe altro!), chiuderà il buco (con i soldi di chi?), allontanerà i responsabili (probabilmente con una lauta buonuscita), poi tutto, probabilmente continuerà come prima…
Sarebbe sufficiente, come chiedono da sempre i Comitati, applicare quei principi di libero mercato, trasparenza e concorrenza che tutti invocano… a parole e che, soli, permettono di far diventare le municipalizzate aziende fornitrici di servizi e non carrozzoni clientelari e spesso truffaldini

Angelo Gazzaniga

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